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Illustrazioni a colori del libro “El Greco. Il tabernacolo del 1573 a Bettona”.

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Tabernacolo El Greco Guerrino Lovato

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Pubblicato da su 30/10/2018 in Articoli, El Greco

 

La Pala dei Pesaro di Tiziano: un santo di più e uno di meno.

La Pala dei Pesaro venne dipinta da Tiziano dopo l’Assunta dei Frari del 1519 e consegnata nel 1526 per l’altare dell’Immacolata Concezione, sempre nella chiesa dei Frari ossia dei Frati francescani a Venezia. Il complesso architettonico del prestigioso altare dei Pesaro di San Stin, occupa assieme all’altro cenotafio e alla colossale tomba barocca, sempre dei Pesaro, una buona parte della navata laterale sinistra della chiesa. Il geniale Tiziano inventa nel dipinto un’architettura imponente ma vista lateralmente, dove noi fedeli (e i committenti stessi) stiamo alla sinistra della Vergine Maria col bambino Gesù. Al centro dell’altare, ma sotto la Vergine, c’è San Pietro vestito in azzurro e oro (sono i colori dei Pesaro), ha legata al piede destro una delle sue due chiavi, quella del regno terreno fusa in poco oro e molto argento (perché se la sia legata al piede non ci è dato sapere), sta interrompendo le letture del messale aperto sul tema dell’Immacolata Concezione come il dibattito in corso.

Pietro sta guardando, non corrisposto nello sguardo, il vescovo di Paphos Jacopo Pesaro che in ginocchio e con le mani giunte esibisce di clericale solo la chierica tonsura. Ha un prezioso manto da Cavaliere di Malta, nero con bordo rosso e ugualmente si era fatto rappresentare da Tiziano circa quindici anni prima nella sua pala votiva ora ad Anversa, sempre implorante San Pietro ma presentato dal papa Alessandro VI Borgia in persona; davanti a lui vi era un elmo da soldato e non la mitra episcopale che non vediamo nemmeno nella pala ai Frari, ma più volte scolpita sia nell’altare che nel cenotafio pensile dove la tiene in testa nella figura giacente sdraiata all’etrusca sopra il sarcofago. Nel dipinto di Tiziano, alla sinistra e sopra a Jacopo Pesaro, vi è la più bella figura di cavaliere armato del Cinquecento veneziano e per la prima volta qui identificata nella persona del suo santo omonimo, San Giacomo. Non il San Giacomo apostolo, andante e pellegrino ma il suo “alter ego” belligerante e omicida, ossia Santiago Matamoros, che uccide i mori, gli infedeli che qui vediamo trattenuti in catene; uno, turco e baffuto, di profilo che umiliato guarda in basso coronato da un candido turbante e preziosamente vestito, è il ritratto di Solimano I Il Magnifico, e l’altro volto è un moro africano con la grande testa tonda vista parzialmente di fronte.

Santiago Matamoros trattiene con la mano destra i Mori e con la sinistra l’asta rossa che innalza il grande vessillo rosso e oro con al centro lo stemma del Papa Alessandro VI Borgia, col triregno papale, le chiavi concussate di San Pietro e, al di sotto, otto volte più piccolo c’è lo stemma di Jacopo Pesaro. In cima all’asta, come il pavese di una nave, è esibito un ramo d’alloro simbolo di vittoria e onore. Santiago Matamoros incede verso San Pietro e la Vergine con Gesù in una posa elegante, dinamica e militare insieme, e disinteressandosi degli illustri ospiti, si gira curandosi dei prigionieri. I Moros non sono cadaveri ma vivi prigionieri e sembra indurli alla conversione; il meraviglioso volto barbuto dalla scura chioma e dalla pelle abbronzata sembra il Cristo della moneta sempre di Tiziano, serio e autorevole. La lunga e ampia coda del vessillo gli poggia sulla spalla e scende sulla nera e lucente armatura evocando Resurrezioni e soldati. Jacopo Pesaro aveva tutti i buoni motivi per votarsi al suo Santo omonimo, quasi predestinato dal nome che portava, e protettore della sua carriera di vescovo soldato in zona di frontiera, Cipro, contro gli infedeli e per conto del papa spagnolo. Santiago Matamoros, versione armata e violenta del mite San Giacomo apostolo, appare miracolosamente nella battaglia di Clavijo, a nord della Spagna, nell’anno 844, in armatura e a cavallo, esibendo il vessillo cristiano con la sinistra ma con la destra arpiona i Mori facendo loro crollare le mura addosso e facendo vincere i cristiani che cominceranno da questa vittoria a ricacciarli in Africa. Forse è l’unico Santo che viene sempre rappresentato mentre uccide il nemico, senza perdonare, tanto era l’odio verso gli invasori infedeli, e il Papa certamente lo invocava per la vittoria contro i Mori e i Turchi, come tutti gli spagnoli. Nella battaglia di Santa Maura del 1502, il Papa con Jacopo Pesaro al comando della sua flotta, i veneziani con il capitano Benedetto Pesaro cugino di Jacopo, e gli spagnoli con le rispettive navi, vinsero il Turco Moro. L’anno successivo fecero una pace diplomatica col sultano a Istanbul, firmando rispettivamente sia sul Corano che sul Vangelo, e penso che la Grazia concessa ai Mori, qui trattenuti dal morocida San Jacopo in armatura, alluda sia alla Pace politica poi raggiunta, che alla conversione alla fede cristiana da raggiungere e, tanto per cominciare, il turbante va tolto davanti a Dio e a sua Madre come tutti i presenti hanno fatto col loro copricapo e pure l’aureola! Forse è questo che sta dicendo Santiago Matamoros al pascià turco presuntuoso.

Per i veneziani un San Jacopo così armato e guerriero non era usuale e, mancando poi il cavallo, la leggenda del Santiago Matamoros perse in seguito il motivato racconto anti turco.

Non se ne dimenticò il vicino di parete e parente, il doge Giovanni Pesaro, morto nel 1659, che 133 anni dopo la nostra pala di Tiziano, nel suo teatrale monumento funebre del Longhena, fece scolpire da Juste le Court quattro colossali ed erculei telamoni a suo sostegno in sembianze di Mori con la nera pelle che si intarsia nel bianco marmo, bianche sono anche le cornee degli occhi.

Il cavallo di Santiago Matamoros non presenzia al ricevimento divino, anche se l’iconografia di Santo armato a cavallo lo esigeva, ma non il codice del cerimoniale in chiesa. Sulla facciata di San Marco, le quattro statue più in alto, ma più basse del Patrono dei veneziani, ora dell’Albanese, sono i quattro santi guerrieri e cavalieri, Costantino, Giorgio, Teodoro e Demetrio, tutte riconoscibili per i fedeli, seppure senza il loro necessario e prestigioso cavallo.

In Italia il culto a Santiago Matamoros è molto raro, di solito lo si venera nelle chiese della nazione spagnola, catalana o castigliana, assieme alla Madonna di Montserrat. In veste, anzi in armatura, e a cavallo nel pieno della mattanza lo affresca il Sodoma nel 1530 a Siena nella cappella degli spagnoli presso la chiesa di Santo Spirito.

Precedentemente è noto nell’affresco dello Pseudo-Jacopino a Bologna del primo Trecento, dove è rappresentato in veloce impeto equestre, in armatura ma coperto dal manto, isolato davanti all’esercito cristiano che schiaccia i corpi dei mori in battaglia senza l’uso delle armi ma solo benedicendo o maledicendo gli infedeli con la destra e lo sguardo fiero e felice.

A Padova, al Santo, nella cappella di San Giacomo, sempre nella scena della battaglia, è rappresentato da Altichiero sullo sfondo, e siamo nella seconda metà del Trecento; il Santo è in armatura ma coperto dal manto, mentre con la destra scaglia le frecce verso i mori, intanto che cadono loro addosso le torri e le mura di Clavigo.

Nella grande Pala dei Pesaro abbiamo, in basso a destra, i cinque membri della famiglia, il più autorevole e anziano tra i fratelli, che è Francesco Pesaro, uomo devoto e potente e responsabile dell’economia della casata e della costruzione della loro cappella di famiglia ai Frari, opera che prevede questo altare e le tombe terragne. È in ginocchio con le mani giunte e guarda il fratello vescovo, Jacopo, è vestito di rosso broccato e forse ha una parrucca com’era in uso in quel periodo, dietro a lui si trovano i fratelli Antonio, Fantino e Giovanni e, in raso bianco che ci guarda, il giovane appena decenne Leonardo figlio di Antonio.

San Francesco è il santo omonimo del patriarca Pesaro e pertinente al culto della chiesa stessa dei Frari; tanto Jacopo ebbe la sorte di sconfiggere i Mori e portare il nome del Santiago Matamoros, così Francesco scelse e ottenne di insediare nella maggior chiesa francescana la propria cappella patrizia, una provvidenziale adesione al proprio rispettivo santo. Dietro a San Francesco, in ombra, ci guarda un frate con folti capelli e un libro semichiuso nella mano destra. Non è Sant’Antonio da Padova, troppo emarginato ed escluso dal chiaro culto che gli è dovuto, anche in ambiente francescano. È vero che tiene il libro simbolo di sapienza, e Sant’Antonio era dottore della chiesa, e anche porta il nome di un Pesaro, ma è Frate Leone.

San Francesco con il gesto li protegge tutti, seppur senza i loro santi eponimi presenti, come il nobiluomo Francesco Pesaro protegge tutta la casata. Il frate in rara semioscurità è Leone, il compagno di Francesco che sulla Verna assistette da testimone al miracoloso e luminoso evento delle stigmate. Qui identificato per la prima volta, frate Leone è esattamente quanto volevano le nuova biografie di San Francesco, dopo quella di Tommaso da Celano, ossia il testimone silenzioso, che smette la sacra lettura nella quale era intento e tiene col dito il segno tra le pagine, per coprirsi il volto dalla troppa luce causata dall’apparizione del Serafino Crocifisso. Una per tutte è esemplare, la tavola di Bartolomeo della Gatta con la scena delle stigmate del 1487. Qui nella Pala Pesaro l’ombra è causata dalla testa di San Francesco che sta esibendo al piccolo e irrequieto Gesù bambino le sue stigmate a fratellanza di quelle che l’adulto Cristo subirà sulla croce che vediamo in alto, inclinata nella stessa traiettoria prospettica che lega questi tre protagonisti: la croce volutamente inclinata dagli angeli, il piccolo Gesù che si svela esibito da Maria, e Francesco che esibisce il costato e le mani aperte già piagate. Frate Leone è il testimone di come in quel momento, ai Frari, avvenga il miracolo che paragona San Francesco a Cristo, “Alter Cristus”, nuovo Cristo, come avvenne alla Verna, così qui e ora si ripete quell’evento sacro.

Frate Leone ci dice… Cari confratelli dovete chiudere momentaneamente i testi ed entrare nella visione divina con la fede e la contemplazione come fece Francesco, di modo che vi si sveleranno gli occhi e il cielo si aprirà oltre le nubi, mostrandovi la vera Via che è la Croce. Per i laici devoti invece è il piccolo Leonardo a catturarci lo sguardo e a testimoniare pure lui, che tutto quanto è lì dipinto è un fatto vero, che la sua nobile famiglia ha adunato tutti i maschi responsabili, che la loro ricchezza è paragonata alla loro fede e li proteggerà per sempre, anche perché sono ricevuti dal figlioletto di Dio, Gesù, dalla Madonna che lo concepì senza macchia come il bianco velo che la copre, dal principe degli apostoli e primo papa San Pietro, da San Francesco nuovo Cristo moderno, e dal potente e rassicurante Santiago Matamoros che difenderà lo stato veneziano dai Mori e infedeli Turchi come fece per lo zio e vescovo Jacopo 24 anni prima a Santa Maura.

Tiziano creerà un dipinto calato nella sua storia e in quella di Venezia del 1526, con la moda suntuaria e tonsoria, con il cerimoniale da Palazzo e da Chiesa, dove tra i 13 maschi nelle più diverse fogge, dal santo armato al santo in saio, dal patrizio in rosso
al vescovo in nero, tra stendardi e altissime colonne vi è una sola femmina, Maria Immacolata esibente il nudo frutto concepito dal disegno divino; Tiziano sa che tutto è vero, reale e naturale e divino insieme, come sono le storie degli uomini virtuosi e ce lo fa VEDERE!

A questo serve l’arte della pittura.

Maestro Guerrino Lovato,

Venezia 12 ottobre, San Serafino

info@mondonovomaschere.it

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Pubblicato da su 19/10/2018 in Articoli, Tiziano

 

Morfeo fabbricante di maschere nella casa del Sonno.

Racconta Ovidio, nelle insuperabili Metamorfosi che nella casa del Sonno abitassero Hypnos, il Sonno in persona e poi Fantaso, che si trasforma in elementi naturali come la pietra, il legno e l’acqua, e Icelo che si trasforma in animali vari, infine Morfeo intento a costruire le più diverse figure tra le quali le maschere. Morfeo, dice Ovidio è artefice e fingitore di figure, ed è Anniballe Caro a metà del 1500 a dargli questa interessante attività di mascheraio. Infatti l’erudito umanista Anniballe Caro scrive: «Morfeo lo farei in atto di figurare maschere di variati mostacci, ponendone alcune di esse a’ piedi».

Siamo a Caprarola, vicino a Viterbo, dove i Farnese si costruiscono un imponente palazzo come villa pentagonale con cortili e scale meravigliose sul progetto del Vignola, e il programma pittorico è dettagliatamente scritto dal Caro ed eseguito dal 1553 da Taddeo Zuccai, almeno nella famosa Stanza dell’Aurora che precede quella del Sonno. Taddeo Zuccari esegue in parte il tedioso programma del letterato, col suo permesso semplifica, e in un ovale dei quattro agli angoli dell’affresco centrale con l’Aurora, dipinge appunto la casa del Sonno mettendo in primo piano Morfeo. Lo inventa come un Genio alato nudo e ricciuto e giovane come un Eros adolescente e seduto su dei panni colorati e intento a modellare, su di un desco giallo, una nuova maschera che lo fissa negli occhi. Vicino ha un ammasso di creta informe e sopra ben quattro maschere finite, due femminili e una maschile ricca di barba e baffoni, altresì “mostacci”. Morfeo, che non è il Sonno come popolarmente diciamo, dal cui nome deriva sia “Forma” che “S-morfia” e “morfina” è l’artefice dei protagonisti, comici, affettuosi e tragici dei nostri sogni.

L’immagine di un grazioso Eros alato intento a crearci i sogni e gli incubi della vita notturna indica che è sempre il Desiderio, amoroso e non, a materializzarsi nello stato incosciente del dormire. I personaggi indicati dalle nuove maschere e acutamente indicati da Anniballe Caro come attori di un Teatro e dunque bisognosi di maschere e travestimenti, provengono dalla teatralità classica come attori della Tragedia e della Commedia greco romana, della tradizione colta, e non come protagonisti più popolari della nascente Commedia dell’Arte, come Arlecchino, Pantalone, ecc.

Vasari nella Vita di Taddeo Zuccari pubblica per intero il programma del Caro e dunque era noto, almeno letterariamente, il personaggio di Morfeo che fa le maschere. Taddeo Zuccari esegue dall’invenzione scritta e crea l’immagine del Genio che fa le maschere, che finora non mi risulta sia mai stata intesa e valorizzata. In epoca di neo Carnevali, Teatro colto e Mascheramenti vari, filologie e studi sulle origini dell’immaginario teatrale la considero una golosa scoperta.

Dunque a Caprarola abbiamo la prima immagine di un fabbricante di maschere, mestiere che pratico da più di quarant’anni, e so bene quel che significa essere guardati dalla maschera, o volto, o muso, o mostaccione che sotto le tue mani prende “forma”, e so anche cosa significa sentirsi Morfeo e fingitore di figure, specialmente negli occhi isolati di chi la maschera la usa: ci si sente dotati di una onnipotenza di… cartapesta!

A questa mia attività il comune di Malo vicino, in provincia di Vicenza, ha dedicato il Museo  Mondonovo Maschere con circa 500 maschere diverse, aperto ai curiosi e agli studiosi.

Presenterò lo studio inedito di questa singolare scoperta in una conferenza con immagini a Malo, venerdi 2 febbraio alle 20.30 nella Sala consigliare, in occasione del Carnevale 2018.

Venezia, 19 gennaio 2018. Maestro Guerrino Lovato.

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“Hypnos”, scultura di Guerrino Lovato dall’affresco di Taddeo Zuccari del 1560.

 
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Pubblicato da su 22/01/2018 in Articoli

 

SUL “SALISO” DI MALO I PASSI DEL TEMPO

Un carissimo amico mi ha informata sulla vicenda del “Saliso” di Malo.

Che c’entro io, piacentina, e perché intervengo dalla lontana Emilia? Sento la questione anche mia, perché in Italia troppo spesso riqualificazione diventa squalificazione dei luoghi, degli edifici, dei paesaggi.

L’ho sperimentato anche nella mia città dove l’antichissima pavimentazione di Piazza Cavalli (gli stupendi cavalli del Mochi) è stata sostituita da pietre moderne orrende che hanno subito cambiato colore ed ora ci ritroviamo una piazza arlecchino dove cresce persino il muschio che mai c’era stato. Eppure la Sovrintendenza ha dato ragione al Comune. Sulle antichissime mura che circondano parte di Piacenza è stato messo un tetto in lamiera celeste, anche questo col benestare della Sovrintendenza. Quindi non bastano gli enti preposti, anche noi cittadini dobbiamo vegliare e difendere tutto il bello che abbiamo e i luoghi che amiamo, prestigiosi o poveri, ovunque si trovino. Eppure credo, spero, che alla Sovrintendenza ci siano persone serie e preparate così come credo alla professionalità e alla buona fede della Dott. Arch. Viviana Martini. Il problema è che, a mio parere e per mia esperienza, non basta la preparazione tecnica e storica per intervenire bene su un luogo, ci vuole qualcosa che non si può insegnare, ma solo sperimentare vivendo. I luoghi, siano essi palazzi, viottoli, giardini, piazze, rustici campagnoli, non sono soltanto composti da materiali, forme, storia ufficiale (il tal secolo, il tale stile) ma possiedono anche, e forse soprattutto, componenti immateriali altrettanto importanti: la cosiddetta “anima dei luoghi” formata non solo dall’atmosfera che emanano (triste, gioiosa, misteriosa ecc.) ma data anche dalle impronte invisibili, ma tenaci, dei ricordi di chi ci ha vissuto: le emozioni, le visioni, gli accadimenti. Cambiare pavimentazione ad esempio, vuol dire anche cambiare la percezione tattile del terreno sotto i piedi, sotto le suole, perché i passi hanno un’eco diversa. Certo, all’antico originale spesso nei secoli successivi qualcosa si è aggiunto, ma se questo qualcosa ha un senso, una storia, è entrato nella memoria collettiva, è testimonianza di qualcosa, allora forse potrebbe restare come era forse il caso del Saliso. Per evitare errori e contestazione bisognerebbe interpellare sempre prima la popolazione, quelli non solo del luogo, ma quelli che quel luogo che lo amano. Infatti non ci sono solo forme, volumi e materiali da difendere, ma anche significati profondi, sensibilità sottili, memorie collettive di tradizioni e persone. Ho trovato sublime quanto scritto dalla dott.ssa Anna Cogo. Mi pare un pezzo “da Nobel” per stile, forma e, soprattutto, per i contenuti che sono veramente altri per profondità, logica, originalità delle argomentazioni espresse con la straordinaria capacità di saper tenere “fra le mani” lo scorrere del tempo fra passato e presente. E ancora: la vasta cultura perfettamente metabolizzata e non sfoggio di nozionismi come fanno tanti, troppi. Sono i valori immateriali, ma vivi nella vita di chi ricorda e vuole mantenere qualcosa che si è stratificato fino ad arrivare qui, oggi, e che sentiamo ancora nostro. Quella memoria, spirito dei luoghi, che fa parte anche del nostro spirito e che sa e può accompagnarci ancora adesso ad arricchire di senso questo presente. Non è per sentimentalismo, né per pura nostalgia né per culto di un passato morto da imbalsamare, ma perché proprio per amore del passato e di chi ci ha preceduti, desideriamo che esso ci accompagni ancora fin che si può, salvaguardato e guardato con occhi nuovi sì, ma amorevoli e rispettosi senza tagli troppo netti e senza cancellazioni dolorose.

Provo a immaginare com’era il Saliso e… mi pare di sentire quegli antichi passi risuonare diversi a seconda del selciato, una povera grande musica fatta tacere…

Bruna Milani poetessa giornalista

 
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Pubblicato da su 28/12/2017 in Articoli

 

Art Dossier – Se lo Stato butta via faccio io e così sia.

Antonio Canova il Giovane 1838

Antonio Canova il Giovane. Gruppo accademico con figura dolente e figura giacente (1838) gesso, altezza 141 cm, particolare.


Art Dossier – Giugno 2017

Se lo Stato butta via faccio io e così sia.
di Fabio Isman

Il tesoro dei magazzini della storica fonderia veneziana di Emanuele Munaretti rischiava di andare perduto se non fosse stato acquistato da Guerrino Lovato, studioso d’arte e artigiano. Ma c’è di più. La raccolta di gessi, sculture, calchi ha trovato dimora da gennaio scorso, per dieci anni, in un museo creato apposta a Cerea (Verona). E salta fuori un nuovo artista, Antonio Canova “il giovane” : era ignoto.

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Se desiderate saperne di più sul Carnevale, guardate questo video:

 
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Pubblicato da su 22/02/2017 in Articoli, Eventi, Video

 

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