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La Torre dei lussuriosi e degli imprudenti

La costruzione della Torre di Babele nel mosaico del nartece di San Marco Venezia (XIII sec.), ha tre figure centrali problematiche e anomale. Sulla scala un manovale robusto porta la calce, ha un piccolo manto legato da una cordicella che lo ripara dalla frizione col pesante secchio. Il bianco perizoma è aperto esibendo un vistoso membro tracciato con chiarezza. In basso a sinistra, dietro di lui, un giovane, in tunica, interloquisce con un muratore munito di mazzetta e che sta in alto, agitando la mano destra, ma con la sinistra, infilata sotto la tunica blu si tocca i genitali. Al centro, sotto la torre in costruzione, curiosa un bambino, tra mattoni e carrucole, non certo il luogo più sicuro per un giocoso e solitario infante. Le tre figure sottolineano che la superbia laboriosa dei babilonesi non era l’unico vizio capitale che li caratterizzava, erano anche lussuriosi e imprudenti. Se l’esibizione del sesso è viziosa seduzione in un ambiente di maschi che preannuncia il carattere della futura città di Sodoma, la maliziosa mano nascosta del giovane in tunica blu è un soggetto più raro, ma sempre connotante una minaccia a una umiliazione peccaminosa. In attesa di altri riscontri, metto a confronto un dipinto di 500 anni dopo, di Tiepolo a sant’Alvise a Venezia. Nell’incoronazione di spine, dove la sadica parodia regale deride, umilia e violenta con sputi e gesti, pensiamo alle oscene gesta delle fiche, qui sono sostituite dal malizioso giovane che mostrando il culo infila ambedue le mani sotto la veste a preparare un azione tutt’altro che benevola. Non solo per superbia crollerà la torre nella confusione verbale, ma anche per la lussuria e l’imprudenza.

Maestro Guerrino Lovato

 
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Pubblicato da su 02/06/2021 in Articoli

 

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La Luna scritta

È la prima volta che vedo scritto LUNA sotto l’astro dipinto. Ovviamente dall’altro lato è scritto SOLE. Che i rustici fedeli abruzzesi non sapessero leggere è noto ma non vedere e capire gli astri non è credibile. Credo da tempo che le scritte sotto le figure dei santi, non solo quelli rari, ma anche la Madonna, fossero delle lavagne visive e scritte per apprendere a leggere! Non solo la Bibbia dei poveri ma anche il Sussidiario dello Stato… PONTIFICIO.

Siamo a Santa Lucia di Rocca di Cambio, Aquila. Foto di Sergio Baldan.

Infatti, scrivere JESUS vicino a Gesù è quantomeno ridicolo. Ma si imparavano 5 lettere dell’alfabeto latino, che per gli analfabeti erano concetti insieme visivi e “figurati”, utili in altre occasioni aniconiche.

Maestro Guerrino Lovato.

 
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Pubblicato da su 02/06/2021 in Articoli

 

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Quel sandaletto

Venezia, San Marco, cappella di San Clemente, Antonio Rizzo, primo Quattrocento.

In alto la Madonna della Passione con il Gesù spaventato che dall’agitazione perde il sandaletto. Antica iconografia bizantina, con il feriale e domestico dettaglio, nota nella pittura ortodossa ma non nella pittura pittura occidentale e tanto meno nella scultura, della quale questa è un unicum mai notato! Non solo il sandaletto infradito è scolpito in toto, forse l’altro è ancora nel piede sinistro, ma il sesso del bambino appare circonciso tra le vesti. L’unico figlio di Dio si sacrificherà per la salvezza degli uomini.

Maestro Guerrino Lovato

 
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Pubblicato da su 16/05/2021 in Articoli

 

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Noè

San Marco, pozzo del nartece, mosaici del Zuccato su cartoni di Salviati, seconda metà del Cinquecento. Rara immagine del Profeta Noè, così segnato nel cartiglio con la P. Interessante il gesto che ci rivolge, a indicare il senso della vista, che in senso biblico era violare una persona indifesa, offesa che aveva ricevuto dal figlio Cam, poi maledetto, mentre dormiva nudo e ubriaco sotto la vigna. Interessante, che cercando un elemento che lo caratterizzi, Noè che di solito tiene in mano un modellino dell’Arca, qui lui esibisca il gesto del VEDERE che non COMMISE! Ma tutti capivano che alludeva al famoso scherno di Cam. Tra San Marco e il Ducale presenzia ben cinque volte, e gode di un’ampia illustrazione delle sue gesta, cinque volte Noè è raccontato, compreso il ruolo del vecchio artefice nell’arco dei mestieri, letto altresì come l’architetto infelice. Così lo rappresenta Tintoretto nel Paradiso, con l’Arca in mano. Rimane che il VEDERE così sottolineato implica il racconto biblico, l’opera d’arte in mosaico e la nostra complice presenza.

Maestro Guerrino Lovato, 1 maggio 2021

 
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Pubblicato da su 12/05/2021 in Articoli

 

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San Marco

Venezia, San Marco, nartece, Crocifissione della seconda metà del Cinquecento da un cartone del Salviati e mosaico degli Zuccari.

La croce è curiosamente spostata a sinistra per lasciare spazio al cavaliere sul cavallo bianco che irrompe in scena. Rara iconografia che ho notato con l’amico Sergio Baldan che ha scritto poi un saggio in stampa su Arte veneta. Si tratta del quarto Cavaliere dell’Apocalisse, con tutti i significati catartici logici in questo contesto. Rara iconografia ripresa solo da Palma il Giovane in due pale d’altare a New York e ad Augsburg. In una lunetta la croce va posta parallela al fedele, e va al centro, ma per fare posto all’apparizione apocalittica il pittore la decentra, creando una vistosa assimetria, anche spirituale! Alla fine dell’Ottocento l’editore Ongania farà disegnare il mosaico e lo riprodurrà nei suoi preziosi libri, e non capendo il soggetto e la particolarità compositiva, fa mettere la croce esattamente al centro. Il saggio del Baldan e mio spiega per filo e per “sogno” tutta la questione.

Maestro Guerrino Lovato, aprile 2021

 
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Pubblicato da su 10/05/2021 in Articoli

 

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La Carità

La Carità è la prima tra le virtù cristiane e non solo. È una figura femminile che allatta più bambini possibili e, come Eva, nutre tutta l’umanità che ne è madre fin dall’origine. Per il buon cristiano, in questo caso, ma anche per l’ebreo e il musulmano e il buddista, nutrire il prossimo bisognoso è la più importante, e da imitare, tra le virtù. Ecco perché la bambina coccola e tiene al seno la sua bamboletta, imita la madre. Per dirlo a noi, Lucas Cranach nel 1545 ce la racconta così, figurando una rara bamboletta , dell’epoca, vestita e curata.

 
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Pubblicato da su 01/12/2020 in Articoli

 

San Zoerardo, IV sec. Eremita immobile

San Zoerardo, IV sec. Eremita immobile. Patrono del Covid-19, 2020. Per concentrarsi nella meditazione e nella preghiera viveva dentro un tronco cavo, irto di chiodi pungenti e di pietre sospese sulla testa. Inoltre era legato con catene ai piedi che lo obbligavano a stare sempre seduto con le gambe sovrapposte e chiuse a prova della sua casta verginità!

Il santo in una incisione del Seicento.
 
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Pubblicato da su 01/12/2020 in Articoli

 

El Greco – Il tabernacolo del 1570 a Castignano. Di Guerrino Lovato

Una straordinaria scoperta è avvenuta nell’ambito della pittura di Domínikos Theotokópoulos -El Greco- referente al suo problematico quanto indagato periodo italiano dal 1567 al 1576, periodo nel quale il pittore greco della Candia veneziana, nato nel 1541, lavora tra Venezia e Roma per poi andare definitivamente a Toledo dove morirà nel 1614.
Un tabernacolo stupefacente è emerso dalle collezioni della preziosa e amata Pinacoteca di Don Vincenzo Catani che solo qualche anno fa lo aveva restaurato e pubblicamente esposto. L’opera fa parte della serie numerosa di tabernacoli veneto-cretesi identificati e sottoposti allo studio dopo il primo caso del 2014 a Bettona.
Il tabernacolo di Bettona ha ora il suo doppio che ancora più esplicitamente rivela il genio di El Greco. Avevamo capito, da quello notevole e forse autografo di Montefalco, conservato nella chiesa di S. Maria Maddalena, che due Evangelisti, ivi raffigurati, erano tratti dallo stesso disegno di quelli di Bettona, ma trovarli ora a Castignano, tutti e quattro insieme, quasi nello stesso ordine, Matteo qui anticipa Marco, con questa qualità pittorica più evoluta e più “facile”, è una consolante sorpresa per chi aveva sempre creduto nell’autenticità di quello di Bettona.
Esaminiamo il tabernacolo di Castignano, che misura in altezza cm.48,5 e in larghezza cm.56,5.
La portella è un vero capolavoro, Padreterno compreso. A cominciare dal Mosé che, “scolpito” nel sarcofago fatto con due soli colori e uno sfumato per imitare la grisaille, mostra un saggio di abilità, fretta, nervosismo e sprezzatura che non ha eguali intorno al 1570. E’un assoluto tecnico, non è disegno, non è propriamente pittura, è una “elgrechità” e basta! Quel naso semita e quella barba sono il riassunto più concentrato che un’immagine possa avere.
Il corpo possente e morto di Cristo con l’anatomia perfetta, come la piega dell’ombelico e l’ombra esatta del naso, dell’occhio e dei baffi, sono tocchi magistrali e notevoli!
I due Angeli dai capelli corti, molto scultura veneta tipo Vittoria e Campagna, con i gesti forti e sicuri, sono commoventi e quello a destra così pensoso e inconsolabile, con la veste tormentata e le ali gocciolanti di colore e di lacrime, è indimenticabile e nuovo: non comprende e disprezza la morte di un Giusto. L’altro angelo invece osserva da vicino l’inerte cadavere del Dio Uomo e sorregge la mano destra di Cristo, forse consapevole della prossima Resurrezione, come anche indicherebbe la sua bianca ala indicante il Paradiso. L’ala bianca, ora trasparente, si è consunta ed è stata assorbita dal legno della croce; qui nessuna metafora, ma solo l’azione dei pigmenti nei 450 anni di vita materiale. La torsione del corpo di Cristo, che permette al pittore un forte chiaroscuro scultoreo, e la mano pendente è un’evocazione della scultura dell’amato e odiato Michelangelo.
L’autoritario Eterno Padre, calvo e corrucciato, sia per la morte del Figlio che per la titubanza di Mosé, è un tipo preso dal Tintoretto a San Rocco e dall’Assunta di Tiziano ai Frari, è risolto con fulminea pennellata e intenso colore! Chi si poteva permettere di guardare dall’alto anche il Padreterno? Tintoretto, El Greco e San Juan de la Crux!
Il san Luca, mancino, è il primo a sinistra, penso a un autoritratto, con quella frangetta rara; ha il naso lungo e aquilino e la bocca socchiusa che sembra aver inumidito da poco il pennello, ha grandi e forti mani e braccia possenti, procede sui sandali con i piedi perfetti e sorride. Vivace il manto rosso con bordura sagomata attraversato dalla stola color zucca.
Il rovinato e calvo san Giovanni, naso grosso e occhietto vispo, ha il pesante volume chiuso, ma la leggera aquila è vigile, splendida la verde manica rimasta!
San Matteo ha un volume enorme e chiuso, con la destra ha un pennello, tizianeggia nell’arguto e stempiato profilo; l’angelo che si gira guarda nella stessa direzione, ha un seno scoperto e intanto gli tiene il calamaio. Notevole è il manto rosso che sul ginocchio mostra un bordo lobato, sopra, la mano è potente!
Marco è tutto monumentale, il più conservato dei quattro, mani nervose e perfette, testa pensosa e viva, notevole l’ombra delle ciglia e la concretezza sanguigna del colore.
Luca e Marco, posti agli estremi del tabernacolo, vivono in uno spazio più stretto rispetto a Giovanni e Matteo: il prezioso tabernacolo dorato e colorato quasi a smalto doveva essere in aggetto sopra l’altare per mostrare bene le 5 facce istoriate.
I cherubini piccoletti, umorali, corrucciati e pensosi, sono minuscoli nello spazio nuvoloso del timpano, il colore perlaceo del cielo, un tempo azzurro di smaltino, doveva farli volare in primo piano come farfalle. Sono dipinti con una rapidità e sicurezza degni del miniaturista El Greco, qui evidente allievo di Giulio Clovio, suo maestro e protettore in Palazzo Farnese a Roma.
Il Tabernacolo di Castignano è esagonale, con cinque lati dipinti e sempre del medesimo disegno ligneo, forse con cupola, come doveva essere quello di Bettona. E’stato restaurato dignitosamente sia nelle parti lignee che nella pittura dove si vede il tratteggio, e l’insieme è di grande impatto e di soddisfazione estetica. Malgrado la prevalenza dell’architettura e degli spazi chiusi delle porte e dei timpani, le figure vivono, camminano fluenti, si torcono dal dolore, volano e ammiccano al fedele.
Quello di Bettona, che procede dallo stesso impianto e con i quattro Evangelisti eguali, è più conservato nella pittura che è più moderata e fine. E’difficile con El Greco dire se lo stile di quello sia coevo a questo o precedente, lui sperimenta, ha fretta e pazienza in base al committente, usa tecniche nuove sui suoi soliti disegni che qui usa tre volte negli Evangelisti.
Pure quello di Montefalco va inserito nella trilogia, ha due degli stessi Evangelisti, cherubini stupendi e un Cristo notevole, stessa architettura.
Speriamo di trovare qualche sigla, data o firma.
Bravi Gianni e Gionni Malizia che sono andati a fotografare l’altarolo di Castignano, essendo da tempo amici del parroco Catani. Recita il dépliant del Museo “Una sorpresa che non ti aspetti”: mai frase è stata più appropriata al nostro ritrovamento. Su tutto dobbiamo ragionare! Intanto mi sembra un sogno questa scoperta!!!
Siamo quindi di fronte alla produzione e parte del reddito della “bottega romana” della quale Domínikos ebbe licenza il 18 Ottobre del 1572 dall’Accademia di San Luca, anche se il nostro era a Roma da quattro anni e forse già produceva dipinti di questo tipo. I tre tabernacoli autografi sono quello di Bettona, di Castignano e di Montefalco, altri tre sono papabili tra Foligno, Todiano e Leonessa, altri sono direttamente riconducibili a lui ma eseguiti in una bottega dove si identifica un “Primo Maestro” e un “Secondo Aiuto”.
I circa trenta tabernacoli identificati hanno quasi la stessa architettura divisibile in almeno tre tipologie diverse con o senza cupola, con o senza colonnine. Tutti in legno, pastiglia a rilievo e punzonatura su pastiglia a rilievo poi dorata con oro zecchino. Tutti dipinti con tempera grassa con lo stile e la tecnica dei maestri veneto-cretesi altresì detti “Madonnari”. Alcuni sono datati dal 1573 al 1577 e oltre, direttamente sul manufatto stesso, a dirci di una bottega che ha proseguito ben oltre la partenza da Roma del Domínikos Theotokópoulos. Questa avvenne verso il 1576 per portarlo in Spagna dove il pittore fisserà anche il suo nome, almeno per i toledani, in El Greco, articolo castigliano e nome italiano.
Questi tabernacoli sono la produzione di una bottega romana che disseminò nello stato pontificio questi piccoli, portatili e leggeri manufatti dorati e istoriati da varie mani, alcuni anche direttamente dal Maestro. Vedere in questi lavori la mano di Lattanzio Bonastri, suo allievo documentato a Roma, è difficile conoscendo solo la sua grande tela senese; qui servivano pittori miniaturisti e docili al Maestro Geniale quanto a una committenza di provincia.
Don Vincenzo Catani ha trovato il documento del 1570 che vede acquistato per mano di Lat(in)o d’Anteo un tabernacolo a Foligno per “fiorini 25 e bolognini trenta sette”, assai caro, per la Confraternita del Sacramento di Castignano, luogo dal quale questo tabernacolo proviene. Non ho dubbi si tratti del nostro e l’interessante data ci fa riflettere che l’altarolo di Modena, che viene tradizionalmente datato a prima del 1570, sia assai prossimo al nostro di Castignano, specialmente nei volti degli angeli e nella scioltezza delle pennellate, prima quindi dell’apertura ufficiale della bottega romana, ossia nel periodo Farnese.
Evidentemente, per aderire alle richieste dei grandi personaggi, ricchi e potenti, che il pittore candiota conobbe presso i Farnese o che Giulio Clovio gli indirizzava, egli talvolta potè infrangere il limite dei piccoli formati e dipingere ritratti a figura intera quali quello di Vincenzo Anastagi e del Cardinale di Lorena, di Giulio de Bravis ecc.

 
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Pubblicato da su 23/11/2020 in Articoli, El Greco, Eventi, Video

 

Battesimo di Cristo

Tranne il giovane Padreterno, alla fiorentina, e la colomba sono tutti in ginocchio. Cristo quasi di schiena riceve il battesimo col gesto dell’umiltà e della Speranza con le mani incrociate al petto. Le onde del Giordano, come filamenti, lo vestono da tritone anfibio. Ma non ho mai visto Giovanni e Giacomo a reggere le vesti simboleggianti il rosso oro della Carità e il blu oro della Fede. Erano anche loro sul Giordano ma in veste di aiuti al vestiario è la prima volta che li osservo. E forse anche voi! Fatenene tesoro…

Battesimo di Cristo, composizione centrale polilobata. Taddeo Gaddi, 1335, Firenze Accademia.

 
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Pubblicato da su 23/11/2020 in Articoli

 

La Pala feriale del Trecento in San Donato a Murano

IMG-20200105-WA0000IMG-20200105-WA0001IMG-20200105-WA0002IMG-20200105-WA0003IMG-20200105-WA0004IMG-20200105-WA0005La Pala feriale della Basilica di San Donato a Murano è ora ben esposta come paliotto, anche se andava sopra l’altare, davanti l’altare centrale della chiesa. Era il polittico con ben 20 scomparti che copriva la maggior parte del tempo la Pala Festiva in argento fusa nel 1699, questa volta non fu Napoleone! L’attuale opera su tavola è a tempera dorata con cornici intagliate e si presume abbia lo stesso formato del perduto gioiello argenteo. Queste notizie le deduco dal testo degli anni Novanta del secolo scorso che don Antonio Niero dedica alla basilica Muranese. All’epoca il polittico della metà del Trecento era esposto sulla parete della navata sinistra accanto al celebre rilievo ligneo dipinto, detto l’Ancona di San Donato, del 1310, ora al Museo diocesano  di Venezia perennemente chiuso. L’opera non è firmata né datata e poco studiata, viene genericamente attribuita alla bottega di Paolo Veneziano ma il maestro che l’ha dipinta va individuato tra i migliori di quella scuola. Nel registro superiore vi è rappresentata al centro la Morte apparente della Vergine contornata da 11 apostoli con Cristo nella mandorla che regge l’anima figurata di Maria in una piccola Madonnina vestita in rosso regale, al di sopra 4 animati angeli alludono all’Assunzione. Perché gli apostoli siano 11 è giusto chiederselo, don Niero propone l’assenza di Mattia in sostituzione a Giuda suicidato dopo il tradimento, ma anche il ritardatario e sospettoso Tommaso potrebbe essere l’illustre assente, che arriva tardi all’assunzione e riceve dal cielo la cinta da Maria stessa. I Santi rappresentati in piedi sono tre per parte, agli estremi ci sono due speculari diaconi senza barba, con chierica, dalmatica e in mano hanno il turibolo e la navicella con gli incensi da bruciare. Il primo, per noi a sinistra, è senza dubbio il protomartire Stefano identificabile dalle tre pietre poste sulle spalle e sul capo, con le quali venne lapidato. L’altro Santo Diacono a destra non è San Lorenzo, che troveremo col chiaro nome scritto nel registro in basso, ma San Vincenzo diacono e martire, fa fede la sua immagine cesellata e col nome, nella famosa Pala d’oro a San Marco a Venezia, esattamente ripresa dal nostro pittore che pero qui non ci ha messo il nome, immagine che allego. Il secondo Santo da sinistra è un vescovo benedicente e con un libro e penso sia San Eliodoro, come giustamente indicato, vescovo di Torcello che andava omaggiato per via della diatriba sorta per la fondazione della basilica dell’Assunta e San Donato e della voglia di autonomia diocesana, poi non ottenuta dai Muranesi. Una statua barocca del Baratta lo pone tutt’ora alla destra dell’altare. Poi abbiamo un bellissimo San Giovani Battista avvolto in un leggero e svolazzante mantello che ci evoca grandi pittori del gotico cortese. Oltre la Dormitio Virginis vi è San Marco, protettore del dogado veneziano, e poi il Santo cotitolare della basilica, San Donato col suo pastorale identificativo. Nel registro inferiore i Santi sono a mezzo busto, come da prassi perché andavano visti all’altezza degli occhi, e ora purtroppo in gran parte illeggibili ma qui il pittore ci ha almeno posto i nomi. Da sinistra abbiamo un primo santo illeggibile, poi Sant’Elena imperatrice con corona e croce da lei scoperta, poi San Francesco d’Assisi con croce e il libro della regola, poi si può osare tranquillamente nell’indicare San Domenico, per l’abito bianco e nero e accanto a San Francesco come fondatori dei due grandi ordini. Molto illeggibile ma probabile, penso che il successivo sia il vescovo Nicola di Mira, per i paramenti e le palle d’oro in mano? Poi la Deesis con Maria dolente, Cristo passo e il San Giovanni evangelista. Poi abbiamo San Lorenzo, in dalmatica e forse con la mano sinistra teneva il manico della graticola, il suo nome è scritto, come è scritto per il successivo Sant’Antonio abate col bastone a tau, poi un Santo vestito di scuro che proporrei come Antonio da Padova per la vicinanza al suo omonimo e lo stesso abito nero, ma poco è rimasto. Poi abbiamo Santa Lucia, non Santa Caterina d’Alessandria, coronata perché nobile e con la lampada della luce come Lucia in mano. Allego una Santa Lucia coronata coeva di Giuliano da Rimini col nome ai piedi. Per ultima abbiamo ancora una Santa importante, non Santo Stefano che già c’era, ma la Maddalena, con i biondi capelli aderenti al capo e parte del vaso con gli unguenti, tracce del nome MAG sono ancora leggibili. Allego una Santa Maddalena di Paolo Veneziano dove ne deduciamo il prototipo e i caratteri del nome scritto. Ora cerchiamo l’autore dell’importante Polittico di Santa Maria e Donato a Murano.IMG-20200112-WA0005IMG-20200112-WA0004IMG-20200112-WA0002IMG-20200112-WA0003

Anonimi veneziani del Trecento, tre Santa Lucia con corona, palma e lucerna accesa. Museo Correr, Venezia.

Polittico di Murano, San Benedetto con il pastorale o San’Antonio da Padova con il giglio.

La pubblicazione di queste immagini è stata permessa da don Luca, parroco di Santa Maria e Donato, che ne ha vincolato l’uso solo per questo studio.

Maestro Guerrino Lovato, Venezia 5 gennaio 2020.

 
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Pubblicato da su 07/01/2020 in Articoli

 
 
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