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La Carità

La Carità è la prima tra le virtù cristiane e non solo. È una figura femminile che allatta più bambini possibili e, come Eva, nutre tutta l’umanità che ne è madre fin dall’origine. Per il buon cristiano, in questo caso, ma anche per l’ebreo e il musulmano e il buddista, nutrire il prossimo bisognoso è la più importante, e da imitare, tra le virtù. Ecco perché la bambina coccola e tiene al seno la sua bamboletta, imita la madre. Per dirlo a noi, Lucas Cranach nel 1545 ce la racconta così, figurando una rara bamboletta , dell’epoca, vestita e curata.

 
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Pubblicato da su 01/12/2020 in Articoli

 

San Zoerardo, IV sec. Eremita immobile

San Zoerardo, IV sec. Eremita immobile. Patrono del Covid-19, 2020. Per concentrarsi nella meditazione e nella preghiera viveva dentro un tronco cavo, irto di chiodi pungenti e di pietre sospese sulla testa. Inoltre era legato con catene ai piedi che lo obbligavano a stare sempre seduto con le gambe sovrapposte e chiuse a prova della sua casta verginità!

Il santo in una incisione del Seicento.
 
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Pubblicato da su 01/12/2020 in Articoli

 

El Greco – Il tabernacolo del 1570 a Castignano. Di Guerrino Lovato

Una straordinaria scoperta è avvenuta nell’ambito della pittura di Domínikos Theotokópoulos -El Greco- referente al suo problematico quanto indagato periodo italiano dal 1567 al 1576, periodo nel quale il pittore greco della Candia veneziana, nato nel 1541, lavora tra Venezia e Roma per poi andare definitivamente a Toledo dove morirà nel 1614.
Un tabernacolo stupefacente è emerso dalle collezioni della preziosa e amata Pinacoteca di Don Vincenzo Catani che solo qualche anno fa lo aveva restaurato e pubblicamente esposto. L’opera fa parte della serie numerosa di tabernacoli veneto-cretesi identificati e sottoposti allo studio dopo il primo caso del 2014 a Bettona.
Il tabernacolo di Bettona ha ora il suo doppio che ancora più esplicitamente rivela il genio di El Greco. Avevamo capito, da quello notevole e forse autografo di Montefalco, conservato nella chiesa di S. Maria Maddalena, che due Evangelisti, ivi raffigurati, erano tratti dallo stesso disegno di quelli di Bettona, ma trovarli ora a Castignano, tutti e quattro insieme, quasi nello stesso ordine, Matteo qui anticipa Marco, con questa qualità pittorica più evoluta e più “facile”, è una consolante sorpresa per chi aveva sempre creduto nell’autenticità di quello di Bettona.
Esaminiamo il tabernacolo di Castignano, che misura in altezza cm.48,5 e in larghezza cm.56,5.
La portella è un vero capolavoro, Padreterno compreso. A cominciare dal Mosé che, “scolpito” nel sarcofago fatto con due soli colori e uno sfumato per imitare la grisaille, mostra un saggio di abilità, fretta, nervosismo e sprezzatura che non ha eguali intorno al 1570. E’un assoluto tecnico, non è disegno, non è propriamente pittura, è una “elgrechità” e basta! Quel naso semita e quella barba sono il riassunto più concentrato che un’immagine possa avere.
Il corpo possente e morto di Cristo con l’anatomia perfetta, come la piega dell’ombelico e l’ombra esatta del naso, dell’occhio e dei baffi, sono tocchi magistrali e notevoli!
I due Angeli dai capelli corti, molto scultura veneta tipo Vittoria e Campagna, con i gesti forti e sicuri, sono commoventi e quello a destra così pensoso e inconsolabile, con la veste tormentata e le ali gocciolanti di colore e di lacrime, è indimenticabile e nuovo: non comprende e disprezza la morte di un Giusto. L’altro angelo invece osserva da vicino l’inerte cadavere del Dio Uomo e sorregge la mano destra di Cristo, forse consapevole della prossima Resurrezione, come anche indicherebbe la sua bianca ala indicante il Paradiso. L’ala bianca, ora trasparente, si è consunta ed è stata assorbita dal legno della croce; qui nessuna metafora, ma solo l’azione dei pigmenti nei 450 anni di vita materiale. La torsione del corpo di Cristo, che permette al pittore un forte chiaroscuro scultoreo, e la mano pendente è un’evocazione della scultura dell’amato e odiato Michelangelo.
L’autoritario Eterno Padre, calvo e corrucciato, sia per la morte del Figlio che per la titubanza di Mosé, è un tipo preso dal Tintoretto a San Rocco e dall’Assunta di Tiziano ai Frari, è risolto con fulminea pennellata e intenso colore! Chi si poteva permettere di guardare dall’alto anche il Padreterno? Tintoretto, El Greco e San Juan de la Crux!
Il san Luca, mancino, è il primo a sinistra, penso a un autoritratto, con quella frangetta rara; ha il naso lungo e aquilino e la bocca socchiusa che sembra aver inumidito da poco il pennello, ha grandi e forti mani e braccia possenti, procede sui sandali con i piedi perfetti e sorride. Vivace il manto rosso con bordura sagomata attraversato dalla stola color zucca.
Il rovinato e calvo san Giovanni, naso grosso e occhietto vispo, ha il pesante volume chiuso, ma la leggera aquila è vigile, splendida la verde manica rimasta!
San Matteo ha un volume enorme e chiuso, con la destra ha un pennello, tizianeggia nell’arguto e stempiato profilo; l’angelo che si gira guarda nella stessa direzione, ha un seno scoperto e intanto gli tiene il calamaio. Notevole è il manto rosso che sul ginocchio mostra un bordo lobato, sopra, la mano è potente!
Marco è tutto monumentale, il più conservato dei quattro, mani nervose e perfette, testa pensosa e viva, notevole l’ombra delle ciglia e la concretezza sanguigna del colore.
Luca e Marco, posti agli estremi del tabernacolo, vivono in uno spazio più stretto rispetto a Giovanni e Matteo: il prezioso tabernacolo dorato e colorato quasi a smalto doveva essere in aggetto sopra l’altare per mostrare bene le 5 facce istoriate.
I cherubini piccoletti, umorali, corrucciati e pensosi, sono minuscoli nello spazio nuvoloso del timpano, il colore perlaceo del cielo, un tempo azzurro di smaltino, doveva farli volare in primo piano come farfalle. Sono dipinti con una rapidità e sicurezza degni del miniaturista El Greco, qui evidente allievo di Giulio Clovio, suo maestro e protettore in Palazzo Farnese a Roma.
Il Tabernacolo di Castignano è esagonale, con cinque lati dipinti e sempre del medesimo disegno ligneo, forse con cupola, come doveva essere quello di Bettona. E’stato restaurato dignitosamente sia nelle parti lignee che nella pittura dove si vede il tratteggio, e l’insieme è di grande impatto e di soddisfazione estetica. Malgrado la prevalenza dell’architettura e degli spazi chiusi delle porte e dei timpani, le figure vivono, camminano fluenti, si torcono dal dolore, volano e ammiccano al fedele.
Quello di Bettona, che procede dallo stesso impianto e con i quattro Evangelisti eguali, è più conservato nella pittura che è più moderata e fine. E’difficile con El Greco dire se lo stile di quello sia coevo a questo o precedente, lui sperimenta, ha fretta e pazienza in base al committente, usa tecniche nuove sui suoi soliti disegni che qui usa tre volte negli Evangelisti.
Pure quello di Montefalco va inserito nella trilogia, ha due degli stessi Evangelisti, cherubini stupendi e un Cristo notevole, stessa architettura.
Speriamo di trovare qualche sigla, data o firma.
Bravi Gianni e Gionni Malizia che sono andati a fotografare l’altarolo di Castignano, essendo da tempo amici del parroco Catani. Recita il dépliant del Museo “Una sorpresa che non ti aspetti”: mai frase è stata più appropriata al nostro ritrovamento. Su tutto dobbiamo ragionare! Intanto mi sembra un sogno questa scoperta!!!
Siamo quindi di fronte alla produzione e parte del reddito della “bottega romana” della quale Domínikos ebbe licenza il 18 Ottobre del 1572 dall’Accademia di San Luca, anche se il nostro era a Roma da quattro anni e forse già produceva dipinti di questo tipo. I tre tabernacoli autografi sono quello di Bettona, di Castignano e di Montefalco, altri tre sono papabili tra Foligno, Todiano e Leonessa, altri sono direttamente riconducibili a lui ma eseguiti in una bottega dove si identifica un “Primo Maestro” e un “Secondo Aiuto”.
I circa trenta tabernacoli identificati hanno quasi la stessa architettura divisibile in almeno tre tipologie diverse con o senza cupola, con o senza colonnine. Tutti in legno, pastiglia a rilievo e punzonatura su pastiglia a rilievo poi dorata con oro zecchino. Tutti dipinti con tempera grassa con lo stile e la tecnica dei maestri veneto-cretesi altresì detti “Madonnari”. Alcuni sono datati dal 1573 al 1577 e oltre, direttamente sul manufatto stesso, a dirci di una bottega che ha proseguito ben oltre la partenza da Roma del Domínikos Theotokópoulos. Questa avvenne verso il 1576 per portarlo in Spagna dove il pittore fisserà anche il suo nome, almeno per i toledani, in El Greco, articolo castigliano e nome italiano.
Questi tabernacoli sono la produzione di una bottega romana che disseminò nello stato pontificio questi piccoli, portatili e leggeri manufatti dorati e istoriati da varie mani, alcuni anche direttamente dal Maestro. Vedere in questi lavori la mano di Lattanzio Bonastri, suo allievo documentato a Roma, è difficile conoscendo solo la sua grande tela senese; qui servivano pittori miniaturisti e docili al Maestro Geniale quanto a una committenza di provincia.
Don Vincenzo Catani ha trovato il documento del 1570 che vede acquistato per mano di Lat(in)o d’Anteo un tabernacolo a Foligno per “fiorini 25 e bolognini trenta sette”, assai caro, per la Confraternita del Sacramento di Castignano, luogo dal quale questo tabernacolo proviene. Non ho dubbi si tratti del nostro e l’interessante data ci fa riflettere che l’altarolo di Modena, che viene tradizionalmente datato a prima del 1570, sia assai prossimo al nostro di Castignano, specialmente nei volti degli angeli e nella scioltezza delle pennellate, prima quindi dell’apertura ufficiale della bottega romana, ossia nel periodo Farnese.
Evidentemente, per aderire alle richieste dei grandi personaggi, ricchi e potenti, che il pittore candiota conobbe presso i Farnese o che Giulio Clovio gli indirizzava, egli talvolta potè infrangere il limite dei piccoli formati e dipingere ritratti a figura intera quali quello di Vincenzo Anastagi e del Cardinale di Lorena, di Giulio de Bravis ecc.

 
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Pubblicato da su 23/11/2020 in Articoli, El Greco, Eventi, Video

 

Battesimo di Cristo

Tranne il giovane Padreterno, alla fiorentina, e la colomba sono tutti in ginocchio. Cristo quasi di schiena riceve il battesimo col gesto dell’umiltà e della Speranza con le mani incrociate al petto. Le onde del Giordano, come filamenti, lo vestono da tritone anfibio. Ma non ho mai visto Giovanni e Giacomo a reggere le vesti simboleggianti il rosso oro della Carità e il blu oro della Fede. Erano anche loro sul Giordano ma in veste di aiuti al vestiario è la prima volta che li osservo. E forse anche voi! Fatenene tesoro…

Battesimo di Cristo, composizione centrale polilobata. Taddeo Gaddi, 1335, Firenze Accademia.

 
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Pubblicato da su 23/11/2020 in Articoli

 

La Pala feriale del Trecento in San Donato a Murano

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Anonimi veneziani del Trecento, tre Santa Lucia con corona, palma e lucerna accesa. Museo Correr, Venezia.

Polittico di Murano, San Benedetto con il pastorale o San’Antonio da Padova con il giglio.

La pubblicazione di queste immagini è stata permessa da don Luca, parroco di Santa Maria e Donato, che ne ha vincolato l’uso solo per questo studio.

Maestro Guerrino Lovato, Venezia 5 gennaio 2020.

 
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Pubblicato da su 07/01/2020 in Articoli

 

Sacra famiglia

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Miniatura francese del XV secolo. Da un “libro d’ore”, manuale di preghiera per dame aristocratiche.

Rara ma nota, la madre preveggente e sapiente sta sul sacro testo del destino, il padre putativo adempie alle piccole faccende quotidiane… Il bue dei gentili, guida con la campana alla sacra grotta… L’asino ebreo si accomuna al consanguineo Giuseppe… Invidiandogli l’aureola! Domina il rosso della Carità, prima tra le virtù cristiane.

Allusiva alla croce è la capriata sopra la testa pensante di Maria.

La schiena dell’asino ebreo carica della portantina allude alla pazienza e fatica che il popolo eletto deve ancora sopportare per vedere la NUOVA LUCE.

Il libro allude alla “Buona Novella”, i Vangeli sono libri chiusi, non cartigli o filatteri come l’Antico Testamento, dunque Lei legge il futuro! La Croce come fasce sul piccolo Gesù, croce ripetuta anche nella sua aureola segnano il suo predestinato sacrificio. Gesù e Giuseppe sono in terra, segno di umiltà. LEI sopra un rettangolare letto, leggente, perché è SEDE DELLA SAPIENZA.

Il naso aquilino di Giuseppe lo caratterizza come ebreo e la calvizie come saggio anziano e padre putativo, diremo impotente… Il suo piede calzato pesta la rossa veste di Maria. La veste di Maria rappresenta la Chiesa tutta, la vecchia religione ebraica ne è alla base e quasi di intralcio!

Il bianco velo di Maria, sollevato da un lato, è segno di pudicizia e riserbo, si mostra solo momentaneamente a noi, poi si coprirà, come le oneste donne e madri, coprendo pure i biondi sensuali capelli!

Il libro del futuro che Maria legge, ha nel lato destro i cinque misteri dolorosi evocati dalle tre croci, aureola di Gesù, fasce di legatura e travature della capanna, e sul lato sinistro, dove sta ora leggendo serenamente, ci sono quattro dei cinque misteri gaudiosi, il primo è appunto la Natività, che non va elencato perché, con loro, lo stiamo vedendo e vivendo!

I 100 punti d’oro sulla coperta? Alla prossima puntata!

 
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Pubblicato da su 05/01/2020 in Articoli

 

PESCATORI DI UOMINI

 

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La vocazione dei figli di Zebedeo, di Marco Basaiti 1510, Venezia, Gallerie dell’Accademia.

La grande Pala d’altare della chiesa isolana di Sant’Andrea della Certosa rappresenta la vocazione dei figli di Zebedeo. Cristo è a terra tra i fratelli Pietro e Andrea, scalzi pescatori come tutti in questa rappresentazione. Cristo benedicente guarda Giacomo che si è genuflesso e con la mano sinistra si indica il petto mentre con la destra indica la terra nella quale è sceso, Giovanni in piedi, appena sceso dalla barca, ribadisce il gesto della mano destra sul cuore a segno di fedeltà e con la sinistra indica il padre Zebedeo, che sta ancora nella prua della barca e con la mano sinistra indica i due figli donati a Cristo. Gli stessi gesti di fede e invito sono ripetuti da Pietro che si stringe la povera cinta e da Andrea, che unico che ci guarda, invita con la mano aperta, a seguire la chiamata di Cristo. Il lago di Tiberiade, attraversato dal ponte augusteo di Rimini che porta in una turrita città, sta al fondo di alti monti abitati da castelli, rovine e grotte eremitiche. Il lago calmo con la secca barena di sassi e conchiglie sulla quale poggiano i protagonisti, riproduce brani di laguna veneta.

Le barche lontane e le due prue in primo piano, i remi, le forcole povere con la corda, le cime a matassa, la tavola per l’approdo, le reti e i rustici strumenti da pesca, fanno di questa pala il più grande omaggio al mestiere del pescatore e dei suoi strumenti e metodi di lavoro che la pittura veneziana abbia mai fatto attraverso una storia sacra. Se pensiamo che era la pala dell’altare maggiore di Sant’Andrea e che il celebrante e i fedeli erano “in barca” per godere della scena della Vocazione, ci rendiamo conto che il pittore volle metterci tutti nella barca dei pescatori. Tutti siamo chiamati. In primo piano vi è un silente e anonimo giovane pescatore con i capelli arruffati che ci volta completamente la schiena, ha una gamba a penzoloni e l’altra comodamente piegata,con la mano destra si regge alla tavola della banchina e con la sinistra tiene una lunga e flessuosa canna con filo da pesca che cade in acqua.

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Nella barca alla sua destra è posta una grande rete a maglie larghe, alla sua sinistra, nella cambusa dell’altra barca si vede il povero pasto dei pescatori, una brocca bianca di vino e un pane; stanno esattamente sotto il gesto benedicente di Cristo a dirci dell’Eucarestia che lì davanti veniva quotidianamente celebrata.

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Il vestito di grossa lana turchina del giovane pescatore con le maniche rimboccate è tutto percorso in superficie da una maglia più chiara come una rete, è vestito di rete, perché? Perché Cristo in un quel momento sta dicendo ai giovani Giacomo e Giovanni: “Vi farò pescatori di uomini e non di pesci!”.

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Il giovane è l’uomo “pescato”, nella metaforica rete della fede, la materializzazione perfetta, sia visiva che concettuale della curiosa e concreta parabola cristiana. Il primo pesce pescato alla salvezza. In un mondo acqueo fatto di reti, pesce e barche, l’enigmatico personaggio che ci nega il volto, dipinto magistralmente dal Basaiti che si firma li vicino, è il nuovo fedele cristiano, che si ritrae dalla pesca, ascolta il verbo e si fa “pescare” dalla parola del Messia, figlio di un falegname tra tanti i pescatori.

Maestro Guerrino Lovato. Venezia, 21 novembre 2019. Festa della Salute.

 
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Pubblicato da su 16/12/2019 in Articoli

 

L’Effetto Venezia

L’effetto Venezia è irrazionale, come la mamma, la figa, El Casso, il cibo, la luna piena e le coccole….

Tutti la vogliono anche solo vedere un ora, tutti vogliono aiutarla e esserne protagonisti… Capirai quelli che ne sono gli autorevoli responsabili e capi, bastone dei vari enti, come si nutrono di tanto amore gratuito… Amore generoso quanto cieco.

Meglio avere danni clamorosi da riparare che manutenere in silenzio il prezioso bene assegnato.

Che delirio d’impotenza!!!

L’arte che studiamo e amiamo è ciò che rimane della grande produzione umana, anche da pochi reperti possiamo ricostruire mondi e spazi infiniti di sapere, di conoscenza e bellezza.

Salvare tutto è impossibile anche perché prima il danno va capito e stimato.

Venezia malgrado le perdite rimane città generosa e ricca, non ce la meritiamo, l’hanno già detto.

È curata, rappresentata e diretta da narcisi di stato e della curia e il risultato è penoso, avvilente e demoralizzante.

Qui si rimane per studiare, raccogliere, catalogare e tentare di salvare il più possibile ma anche per gridare in faccia ai “pezzi grossi”

Meno potere e più sapere.

 
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Pubblicato da su 25/11/2019 in Articoli

 

Indovina chi?

IMG-20190830-WA0010Dentro la grotta domina un grande letto con  coperta a righe orientali, Giuseppe dorme  comodamente in disparte. L’asino abbassa le orecchie e col bue osserva la scena.

Maria si solleva dal rosso cuscino per dare la mano a Salomè, gesto inedito nel rappresentare il miracolo della guarigione, mentre la non più incredula Levatrice, mostra felice l’altra mano già guarita.

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Il piccolo Gesù in fasce se ne sta in culla da protagonista. Tre eleganti  dame, con enormi turbanti e ampie vesti, presenziano ai piedi del lettone, animando il loro colloquio coi vivaci gesti delle mani, commentando l’evento.

È talmente rara l’ampia presenza femminile nella natività di Cristo che gli attuali studiosi della mostra, ora a Matera, leggono la scena come una NASCITA DELLA VERGINE!
 

”Non lasciò opera veruna imperfetta” Il Guercino ritrovato

Nel deposito al Santo Chiodo, ovvero delle opere d’arte danneggiate dai terremoti, a Spoleto vi è un disegno a sanguigna, circa 17 cm x 25 cm su carta fustellata rappresentante san Giuseppe col bambino Gesù.

Il disegno è stato eseguito dal grande pittore barocco Giovanni Francesco Barbieri detto il Guercino, nato a Cento l’8 Febbraio 1591, acquario, e morto a Bologna nel 1666.

”Non lasciò opera veruna imperfetta”

disse il Malvasia, e pure questo piccolo disegno gode di questa definizione.

L’attribuzione dell’inedito disegno è mia e ringrazio ancora i solerti e gentili funzionari della sovrintendenza che ci hanno permesso la visita il giorno 23 gennaio.

Sono molto noti i disegni del Guercino fatti a penna e bistro acquerellati con dei caratteristici tratti secchi e veloci e altrettanto decise ombre scurissime, ottenute con vere e proprie macchie evocanti in pittura il buio o l’ombra.

Molti disegni sono preparatori a grandi composizioni, veri e propri studi da bottega, altri erano pensati come pure invenzioni compositive che ebbero collezionisti specifici e incisori che le divulgarono.

Dall’epoca di Vasari il disegno godeva di una sua autonoma dignità e spesso i pittori ne facevano delle apposite produzioni per il piccolo collezionismo e per omaggiare illustri e probabili mecenati.

Guercino, nella sua ampia produzione, fece anche disegni a penna color nero da matita e color rossastro detto appunto sanguigna, e questi sono appunto i più rari. La sanguigna conservata al Santo Chiodo proviene da un convento femminile di Norcia, è stata incollata su una tela di lino ed esposta in una bella e dorata cornice lignea, probabilmente della stessa epoca, senza vetro.

La datazione del disegno intorno al 1620, si basa sugli ultimi anni romani, sulla comparazione con altre composizioni simili e per il soggetto frequente, in quegli anni,  anche in piccoli formati.

San Giuseppe sta tra un alto muro, in rovina con erbacce, e quel che sembra l’alta base di una colonna, elementi che evocano la grotta di Betlemme, come la Roma stessa.

È stempiato, con i capelli grigi, ricci e leggeri e barba vaporosa e bianca; grazie al sapiente chiaroscuro, il disegnatore riesce a mostrarci i colori pur essendo il disegno monocromo!

Giuseppe indossa un ampio manto su di una veste scollata e sta dietro un parapetto sul quale è posto un pregiato cuscino con nappe, dove è sdraiato il nudo Gesù che, sostenuto alla schiena dalla mano destra di Giuseppe, coglie dei fiori che gli porge con la sinistra.

Il  vivace bimbo punta il piedino sinistro per sollevarsi meglio e allunga le braccia aprendo le manine per afferrare un garofano, una rosa e un bocciolo: simboli  di passione, morte e resurrezione, il profumo del garofano allude alla mirra sepolcrale, la rosa spinosa alla corona e il chiuso bocciolo alla speranza di nuova vita.

Giuseppe è pensoso e protettivo, e forse vorrebbe allontanare il presagio di morte, ma il bimbo, guardando ed esigendo i fiori, non teme il tragico e glorioso destino.

Sembra un’invenzione pensata proprio per una committente suora dove la figura paterna è anche materna e i simboli sono colti in un chiuso orto conventuale.

La luce piove da destra illuminando la pietra sepolcrale dove poggia Gesù e le ombre riportate con abile  perizia tecnica, creano una credibile spazialità tridimensionale con precise e forti luci e ombre ben calcolate a risaltare il profilo di Gesù e il tre quarti di Giuseppe.

Si noti l’ombra del braccino destro sul corpo di Gesù e il braccio sinistro completamente in ombra e la perfetta diagonale di luce sul morbido e osservato al vero, manto di Giuseppe.

Sulle rovine del fondo il tratteggio è incrociato e regolare, nei panneggi e nelle carni invece asseconda la materia descritta.

Questo magnifico disegno ha tutto quanto Guercino mette in pittura ed è a tutti gli effetti, affetti compresi, un’opera finita ed eloquente.

Certo il suo luogo non dovrà più essere in alto a destra nel primo pannello scorrevole del sicuro deposito spoletino dove lo vidi e mi si rivelò pur coperto da una invadente, ma necessaria etichetta, ma in una grande pinacoteca in attesa della sua Norcia, dopo la pulitura e il restauro necessari.

Maestro Guerrino Lovato ,Venezia 27 Gennaio 2019

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Pubblicato da su 16/06/2019 in Articoli

 
 
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