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Archivio dell'autore: Metri Nicoletta

Venezia, San Luca.

Santa Caterina d’Alessandria, attribuita al Rizzo ma di scuola dei  Lombardo, marmo, fine Quattrocento. La santa sapiente e martire verrà decapitata dopo aver subito varie torture, tra le quali la terribile ruota, consistente nell’essere uncinati e smembrati da chiodi applicati a ruote in movimento. La crudele machina di morte scoppiò miracolosamente senza sfiorare il corpo della vergine e i pezzi esplosi ferirono gli aguzzini. Dunque la ruota, suo attributo, è quasi sempre spezzata, come qui. Ma lo scultore anonimo pose nell’angolo del blocco di marmo la metà della ruota rotta, rendendo col “vuoto” il “pieno” del significato della storia agiografica della santa Caterina della rua, o rota, o roda, come un tempo veniva chiamata per distinguerla da quella di Siena.Non è la scultura rotta ma la ruota che così deve essere per affermare il miracolo avvenuto. Intelligente è stato lo scultore che non ha scolpito la rottura risparmiando marmo e tempo ma dandoci da intendere che la ruota era comunque rotonda. HA SCOLPITO QUELLO CHE NON VEDIAMO, MA SAPPIAMO!

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Pubblicato da su 14/02/2019 in Video

 

Incontrarsi a san Polo.

La muschietta, broccolaria arborea lacustris, ha la tradizione di darsi appuntamento in campo san Polo il 29 febbraio, ogni quattro anni. Calcolando il vento e il volo degli uccelli si incontrano sui rami centrali della grande acacia, rubea spinosa latina, dietro la chiesa, a nord, perché nell’umido e in ombra. Per quanto la puntualità sia relativa, si pretende che almeno quel giorno tutti gli individui siano vicini al centro dei tre robusti rami. Invece, deludendo gli organizzatori, si dispone nel solito disordine; chi più in alto “rivemo subito!”, chi più a sinistra “semo qua”, chi qua e là, ogni quattro anni la stessa sinfonia, con grande nervosismo del presidente che è sempre più verde di rabbia!

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Pubblicato da su 13/02/2019 in Video

 

Il bosco degli olmi.

Nell’isola si era formato un boschetto di olmi, l’edera ruffiana l’aveva saputo e andò a viverci addosso, ma la giardiniera premurosa la sradicò liberando i tronchi e chiarendo la prospettiva. Ora ci si poteva andare al fresco senza ostacoli e senza sorprese di sorta. Alla signora venne l’idea di dedicare il boschetto alla letteratura e al conviviale incontro tra amici e amiche amanti delle lettere, ma non delle raccomandate! NEPOTISMI E SPINTARELLE ERANO GUARDATI MALE. Il primo incontro avvenne alla fine dell’estate, si misero amache e tappeti e come una nuova arcadia si incontrarono gli amici, si poteva leggere, copiare, recitare a memoria e dimenticare a braccio, improvvisare in qualsiasi lingua o dialetto, in verso libero e in rima baciata, in alfabeto muto e per non udenti, si poteva scrivere sui fogli e sulle foglie, passare di palo in frasca e fare di ogni erba un fascio, invidiare l’erba del vicino e usare la stessa radice, dividere il grano dalla pula e riassumere tutto in nuce, perdere di vista il ceppo comune e dimenticare le proprie radici, cercare l’ago nel pagliaio e fare un fuoco di paglia, citare Pascoli e Verga, Mastro Ciliegia e Gigliola Cinguetii… L’unica condizione era che il tema fosse L’AMORE!.. MORE selvatiche, di gelso bianche e rosse, di rovo e di siepe! La prima edizione fu un successo… Marmellate per tutto l’inverno!

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Pubblicato da su 12/02/2019 in Video

 

Crine, criniera e toupé.

Il leone del porto del Pireo di Atene, dell’epoca di Pericle in marmo pario fu rimosso dai veneziani e portato davanti all’Arsenale dove ancora si trova. Sul corpo sono presenti, e si vedono pure qui, delle scritte runiche, vichinghe, eseguite in Grecia nell’alto medioevo dai grandi viaggiatori del nord. Nella parte alta della testa venne aggiunta una ulteriore criniera dai veneziani per rendere più rotonda la testa e forse a sostituire una rottura precedente. Lo stesso toupé venne fatto in bronzo anche sul leone della colonna in piazzetta a San Marco assieme all’aggiunta delle ali, della coda e del libro chiuso sotto le zampe; da chimera assira a leone marciano! Dal 1000 avanti cristo al 1200 dopo cristo avviene una metamorfosi di forma e significato  nella logica che più l’opera è antica, più vivrà a lungo… Di rimbalzo! Il marmo greco del 500 avanti cristo, forse di Fidia, ebbe solo l’integrazione della criniera, siamo nel rinascimento e si apprezzava la storia che l’opera rappresentava, bastava che l’animale fosse l’araldico felino, pur senza ali e libro, come i suoi fratelli allineati all’ingresso dell’Arsenale. Integrato venne pure il muso con quella smorfia seicentesca da bocca di denunce segrete. Stupefacenti sono le ciocche della criniera che partono corte e si allungano stendendosi come le onde del mare. Dietro di lui c’è l’allegoria della Giustizia, la cui massa di capelli uniti in alto evoca una morbida e folta capigliatura con una ciocca, quasi coda, sulla nuca. Il leone è la Fortezza, una virtù cardinale come la Giustizia, che ha qui vicino pure la sorella Fortezza in armi. L’Arsenale era il Castello-fortezza dei veneziani e la virile e militare virtù della forza non era mai abbastanza… Andava anche presa per i capelli, le criniere e i toupé.

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Pubblicato da su 11/02/2019 in Video

 

Racconto di Natale.

Ai giardini Papadopoli di Venezia c’erano due statue del Marinali in pietra di Vicenza, una crollò a terra col terremoto dell’Emilia e non venne più collocata a fianco della sorella; rappresentavano Marte e Venere. Marte crollò e Venere rimase ad attenderlo. La coppia non era legittima, Marte dio della guerra era celibe e Venere era moglie reale di Vulcano, dio creativo e artefice dei metalli. Nell’umido inverno lagunare le due statue si esibivano discrete ma in estate godevano dello sguardo dei turisti, delle loro foto, del guano meno gradito dei colombi, della pioggia e del muschio che le copriva qua e là. Venere ora, sola e paziente, attende il simmetrico amante sotto il romantico lampione da anni… Sotto passano le giovani coppie, abbracciate e felici, lei non pensa all’AMORE, ne è la padrona e Eros è suo figlio e le frecce sono fatte dal marito, ma evoca la rete dorata e metallica che suo marito intrecciò e che le gettò sopra catturandola nel fedifrago amplesso con Marte, oggetti loro due dello scherno di tutti gli dei dell’Olimpo! Quella rete, pensa è come la nebbia, a volte come la neve, a volte come la luce… Che avvolge gli amori degli umani.

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Pubblicato da su 10/02/2019 in Video

 

San Boldo

Per Miriam… Sant’Ubaldo, per i veneziani San Boldo, veniva dalla Germania e proteggeva quel popolo, che sappiamo ligio e puritano, lo ritrae Sebastiano nell’Organo di San Bortolo ora in Accademia. Aveva chiesa e campanile vicino a San Giacomo dall’Orio, la chiesa scomparve e il campanile crollò, e i vicini occuparono pure la torre per farne dei cessi! Proprio così! Come andarono le cose lo sappiamo solo io e Donato che ogni volta che ci passiamo vicino me le racconta… Il Santo burbero e ordinato spadroneggiava nell’isoletta, non voleva bambini a giocare, prostitute a battere, giocatori di dadi e tanto meno “scoasse”, immondizie, merde e pisciate di ogni bipede o quadrupede, e odiava i gatti neri, per giunta. Nulla di tutto ciò doveva accadere attorno alla sua chiesa e pure il parroco era d’accordo! Nessun odore e nessun rumore si avvertiva da quelle parti… Non c era più vita, sembrava un cimitero! Nessuno andava più a messa e nessuno pagava il prete che viveva delle elemosine di tutti, anche delle cortigiane che avevano un altare dedicato alla prostituta pentita Santa Maddalena loro protettrice. La chiesa venne abbandonata, e crollò pure mezzo campanile. Lo spazio venne comprato dalla famiglia Gottardi che vi fece un bel palazzo con finestre serliane luminose e arieggiate. Si chiamava Ca’ Gottardi, per i veneziani CAGOTTARDI! Era andata pur benino perché l’altro acquirente erano i Gava!

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Pubblicato da su 09/02/2019 in Video

 

Pellizza da Volpedo

Pellizza da Volpedo dipinse questa veduta nell’occasione della Biennale del 1899, era ospite dal figlio di un suo amico scultore abruzzese di nome Bepi di Prinzio che si era stabilito nell’isola della Vignole anni prima. Il dipinto del più grande e sfortunato tra i pittori divisionisti italiano rappresenta proprio la casetta nell’isola inquadrata tra due campanili lontani di Venezia, quello di San Marco e quello di San Francesco della vigna. L’opera coglie le luci sfuocate della sera invernale con una luce più forte al centro che è la lampada a olio che indica il cammino senza perdersi tra gli orti e gli acquitrini salmastri dell’isola in parte coltivata a orti e vigne, come pure il nome la identifica: le Vignole. È qui che Pellizza comincia a elaborare il suo capolavoro, il Quarto stato perché la povertà degli isolani lo aveva colpito, nel contrasto con la ricca città mondana e festaiola che Venezia era. Il presente dipinto, successivo all’Effetto del sole all’alba indaga le rifrazioni della luce-colore nella rarefatta atmosfera serotina impregnata di umidità lagunare. Si racconta che il pittore si immergesse in una botte, come i cacciatori di folaghe, per cogliere da un preciso punto l’inquadratura esatta, e che dipingesse a gran velocità per catturare quell’esatto istante tra la penombra e la notte. Il dipinto concorre con la fotografia che all’epoca era una tecnica evoluta ma solo fino al bianco e nero! Ancora la pittura poteva vincere la sfida imitativa del visibile possedendo il colore. Centoventi anni dopo ci si è resi conto che il dipinto era una foto fatta col cellulare dall’anonimo fotografo che si firma con le iniziali e finali due lettere: G.L. Un arcinoto impostore impunito e impenitente e trafficante d’arte d’ogni risma ancora, ma per poco, a stivale libero!

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Pubblicato da su 08/02/2019 in Video

 
 
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