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LA FORMA DEL MISTERO

Il Tabernacolo del Morlaiter nella chiesa di San Giovanni evangelista a Venezia. La tela sul fondo con San Giovanni giovane che scrive in un rotulo il futuro Vangelo e l’Apocalisse , visitato del Padre eterno e in presenza dell’Annunziata è del cav. Pietro Liberi, maestro padovano del barocco Veneto. Il tabernacolo di Candido marmo di Carrara è di un maestro della scultura, il Morlaiter e mostra ”nascondendola” una verità religiosa complessa. I 3 putti alati, dunque angeli, e il cherubino hanno corpi e volti di teneri bimbi che lo scultore rende con affettuosa adesione, ognuno con una mimica diversa: stupore, gioia, estasi e meraviglia. Se i due angeli ai lati della portina con la Deposizione ostentano l’uva e il grano come simbolo eucaristici del pane e del vino quello in alto scopre, non completamente il velo che coprirebbe tutto il tabernacolo che posto sulle nubi è sorvegliato dal cherubino in basso che con lo sguardo ne indica la direzione celeste. L ‘angelo in alto, col volto quasi coperto ci mostra come l’Eucarestia sia un atto di Fede al quale si crede senza vedere e insieme che la Fede nasconde dei misteri, che è bene siano in parte oscuri. È lo stesso gesto del fiume Nilo in piazza Navona del Bernini, che si nasconde il volto in quanto le sue fonti erano ignote!

Maestro Guerrino Lovato, 19 agosto 2022

 
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Pubblicato da su 19/08/2022 in Video

 

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QUANDO GESÙ ERA MONELLO.

La pala del Garofalo con il commiato di San Giovannino.
di Guerrino Lovato

Nella chiesa bolognese del Santissimo Salvatore si conserva, da antica committenza Mazzoni e poi Facci, la straordinaria pala di Benvenuto Tisi chiamato Garofalo, firmata e datata 1542, purtroppo oggi gravemente danneggiata dai tarli.
E’ un’opera famosa e celebrata dalla letteratura artistica come una classica composizione dove le invenzioni di Raffaello vengono adattate ad una sacra conversazione dall’equilibrato genio del Garofalo, espresso nel perfetto equilibrio tra la forma e il colore come tra la luce e l’ombra, il tutto contenuto da un fermo disegno, una perfetta anatomia, sontuosi drappeggi e gesti equilibrati.
Nel paesaggio del fondo meteorologicamente tizianesco, vi è il battesimo di Cristo nel Giordano ad opera del Battista.  In primo piano vediamo un consesso della sacra parentela riunita a salutare il congedo del giovanetto Giovanni dai parenti, dal padre Zaccaria, regale e benedicente, e dalla dolente madre Elisabetta, che avendolo avuto in tarda età, ne accusa la precoce perdita asciugando le lacrime da un volto ancora più invecchiato.
Zaccaria, anziano sacerdote del tempio, è seduto su un ampio e marmoreo trono dove due sfingi sapienti figurano nei braccioli poggianti una su di un libro e l’altra sulla testa di un agnello come diretti simboli ebraici; al di sotto, quasi come in un sarcofago, vi è un rilievo antico; il tutto è carico di archeologia classica come il probabile tempio ebraico dove avviene il commiato.
Quattro grandi colonne ioniche sorreggono una marmorea struttura dove in alto, in un angolo, siede, scolpito, un nudo angioletto seduto, assieme ad un gemello più lontano. Una nicchia vuota e un arco in bugnato alla romana, prima di Giulio Romano e del Serlio, apre su di una terrazza balaustrata che guarda verso la scena del Giordano.
I putti, gli eroti o gli angeli seduti sui balconi o al di sotto di questi a sostenerli, sono una presenza singolare e frequente nei palazzi ferraresi. L’adolescente e ricciuto Giovanni, quasi inginocchiato su uno sgabello in legno, parte per il deserto scalzo, vestito di due povere vesti, non ancora di pelle caprina, ma già annodate alla spalla e al fianco. Egli è coperto da un rosso manto mosso dall’aria mentre ferma è la sua decisione, invocante la benedizione del padre Zaccaria, con le braccia conserte al petto, nel significato di speranza e fede.
Il gesto del vecchio Zaccaria è benedicente e di indicazione di quanto vediamo sullo sfondo, ossia il destino del Battista e il suo rosso manto che allude al sanguinoso martirio. Le altre figure sono tutte in piedi. Il maturo barbuto è san Giuseppe e non Gioacchino, ha la lunga barba e i capelli biondo rossicci, e di colore arancio è la sua veste da robusto artigiano ebreo. Egli, con la mano sinistra, si appoggia ad un bastone di legno allusivo al mestiere e al destino di errante, non dunque Gioacchino come sempre si è scritto, per quanto san Giuseppe sia spesso raffigurato più anziano.
Sant’Anna ci guarda da anziana nonna avvolta in bianche stoffe, meno magra e dunque più giovane di santa Elisabetta. Accanto a lei vi è la figlia Maria, velata da vergine ma madre recente nei floridi seni, con le braccia alla Gioconda; la Madonna Maria guarda attenta a dove è finito il piccolo Gesù che, nudo, si nasconde guardandoci da dietro la gialla veste dell’inconsolabile zia Elisabetta; Gesù è cugino di Giovanni anche se qui la differenza di età non segue i tradizionali 6 mesi, ma il tempo di una matura adolescenza. L’identificazione di Gesù in questa straordinaria opera è una novità non solo all’interno di questo meraviglioso dipinto, ma anche nelle iconografie stesse della sua puerizia. Non è lui il coprotagonista, come dovrebbe essere all’interno della sacra parentela, ma qui è un vispo e disubbidiente bimbetto che vuole andare dove vuole mentre i grandi sono immersi nel mesto addio al troppo giovane eremita Giovanni. Non conosco altre opere dove Gesù bambino sia così marginalmente e nascostamente rappresentato: è pur sempre lui il figlio di Dio, ed è questo il motivo per cui in questa pala non era mai stato finora notato.  
E’ quasi un Gesù come rappresentato dai vari vangeli apocrifi, con i noti dispetti e miracoli vendicativi lì raccontati, come anche questa scena del congedo di Giovanni che proviene da detti testi e non dai vangeli canonici. Per la storia dell’educazione dei fanciulli nel Rinascimento è dunque interessante notare come la Madre di un Dio ancora bambino, si debba sempre occupare di lui senza perderlo di vista. E’ raro che in una pala d’altare la Madonna guardi lateralmente se non per indicarci, come in questo caso, dove stia l’assente Gesù, ancora monello, e dunque da educare nella crescita come fece Elisabetta col suo virtuoso e fedele Giovanni, già prematuramente pronto al deserto e alla solitudine mistica. Giovanni è il modello per Gesù e nei Vangeli lo si indica sempre come l’esempio più sacro. Anche per il piccolo Gesù, dunque, vi è stato un tempo spensierato e giocoso dove i vizi e le virtu’ ancora si confondono e l’indottrinamento è ancora di là da venire. Sant’Anna, che educò la Madonna, ci guarda come una nonna spazientita dalla troppa libertà concessa dalla madre Maria al piccolo Gesù, che girando la testa verso il basso le fa capire che comunque è ancora vicino, almeno nell’inquadratura dell’opera!
Il nobiluomo Mazzoni, abbigliato alla moda del primo 500 bolognese (chissà se si chiamava Gioacchino o se un suo avo avesse avuto questo nome, cosa che giustificherebbe l’assenza del marito di sant’Anna, sempre presente nella sacra parentela tradizionale), è posto sopra l’irrequieto Gesù, come a dirci che anche lui lo sorveglia e lo protegge, vista la di lui tenera e vivace età.

Maestro Guerrino Lovato, 3 maggio 2022

 
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Pubblicato da su 06/05/2022 in Articoli

 

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L’Hypnos di palazzo Nani

 
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Pubblicato da su 28/12/2021 in Articoli

 

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Gli attributi sugli attributi

Oggi analizzeremo la pala di San Nicola di G. Battista del Moro a San Fermo di Verona.

Ringrazio l’amico e pittore Riccardo a Curti per avermi sottoposto l’imponente dipinto di G. B. del Moro col curioso dettaglio, voluto dal pittore e dalla committenza e compreso dai fedeli veronesi nel primo 500, oggi considerato, se viene visto, una piega della veste, un cattivo restauro, o peggio, una goliardata! Invece…

La pala è dedicata a San Nicola di Bari, ma prima era di Mira, esalta l’importante figura di un grande vescovo e politico dell’antica cristianità d’oriente che ebbe i primi imperatori cristiani come sodali e anche oppositori verso la sua gente, oggi saremo in Turchia. Sta sulle nuvole in pompa magna con i completi paramenti sacri, dalla mitra al piviale, dal pastorale alla rossa stola incrociata sul petto e trattenuta in vita dal necessario cordone, ha guanti e rosse scarpe di velluto, e un’icona tessuta in fondo la veste. Con la mano destra impetuosa indica il crocifisso mirando a sant’Agostino non meno paludato di lui, ma più giovane e ancora con la barba nera, la sua ha il colore della saggezza e dell’autorità. Nella mano destra teneva i tre sacchettini d’oro, suo attributo consueto, specialmente dall’epoca gotica e solo in occidente. Per poter indicare il fine ultimo di tutti i cristiani indica la croce, e libera la mano dalle tre sacche dorate, riassunte in tre sfere, nel bianco grembo, che essendo seduto diventa una comoda sede, anche per poi riprenderle, Lotto ai Carmini veneziani, le fa tenere da un grazioso Angelo servente.

Lorenzo Lotto, 1529.Gloria di San Nicola. Particolare.

Nel medesimo grembo si è pure posto il grande e lungo fiocco bianco di seta, trattenuto in alto da una capocchia semisferica, fiocco che è il finale della cintura e che ha avrà il suo gemello oltre la gamba sinistra. È evidente e calcolato che i quattro oggetti lì combinati siano allusivi e sostitutivi alla virilità del potente vescovo, in uno stemma fallico e prorompente. San Nicola di Bari è patrono dei marinai in tutta l’Europa cristiana, sia per mare che per fiume, Adige compreso, infatti il mare sotto è in calma piatta e la barca viaggia a gonfie vele verso la sicura spiaggia, è il miracolo che sta avvenendo lì e ora! Sant’Agostino, con guanti dalle straripanti dita, col pastorale e con il piviale istoriato in rosso e verde e la bianca veste, sottolinea le tre virtù teologali, che determina con la mano destra e la spiaggia forse indica il famoso dilemma dell incomprensibile SS Trinità, che non non è contenibile dall’uomo. Sant’Antonio Abate eremita della Tebaide, col fedele e nero maiale, poggia le stanche mani sul bastone e sul petto, quest’ultima come fede e speranza, e pazienza l’altra , col campanello che avvisava l’arrivo degli appestati, dei quali lui era protettore. Nera é la veste, come l’antro dell’eremita ma azzurro come il cielo, che ora e sempre lo attira, è il resto della veste celestiale. La virtú è prerogativa dei Santi e non meno la loro virilità, parole che hanno la loro radice comune in vir, virtù tenuta a bada dalla castità e dalla continenza ma espressa, quando necessaria a combattere il demonio, il nemico il male, fosse anche il mare in tempesta o le seduttrici prostitute. Questo è il valore non casuale del benefico simbolo fallico, non malizia, ma benizia! Benedizione e forza d’animo, qui poi è tutta una storia tra maschi, pure i due devoti angeli in paradiso. Questo capivano i devoti davanti questa maestosa visione e insieme veduta del paradiso dei santi e della terra faticosa degli uomini.

Maestro Guerrino Lovato, Altavilla Vicentina, 20 ottobre 2021.

 
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Pubblicato da su 20/10/2021 in Articoli

 

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Il polittico di Ascoli

Carlo Crivelli data al 1473 il meraviglioso polittico di Ascoli e si firma VENETUS, l’origine veneziana, pur dalla lontana provincia, è un marchio di qualità e raffinatezza di una civiltà già quasi mitica. Questo è il più bello rimasto nelle Marche, assieme a quello, frammentario, di Montefiore dell’Aso.

Altri polittici altrettanto stupendi sono stati venduti e smembrati e ora sono protagonisti nei musei a Londra o a Milano. Senza dubbio, il pittore disegnava le congrue e intagliate cornici che accompagnavano l’occhio del devoto, dallo smalto alla pastiglia dorata, dal brillante colore su corpi nervosi e inquieti allo spazio circostante dove il vuoto e il buio sottolineavano il frammento di Paradiso in terra che il convegno di Maria e Gesù è dei Santi dipinti rappresentava. Nel polittico di Ascoli in Sant Emidio è evidente che la cimasa sia un esplicito riferimento al fastigio pentacolare e marmoreo della Basilica di San Marco a Venezia.

L’opera veneziana che corona la facciata della basilica ducale che omaggia il doge con la forma del corno ducale nell arco centrale, fu completata dal doge Steno,che aveva come emblema le stelle qui omnipresenti, nel primo 400. Dunque era già negli occhi dei veneziani come il marchio della gloriosa repubblica ducale. Più tardi, ma non troppo, alla fine del 400, Mauro Coducci, riprenderà il motivo con stilemi rinascimentali per la Scuola grande di San Marco ai Santi Giovanni e Paolo sempre a Venezia. Non so se ci furono legami diretti, oltre che l’ origine sempre rimarcata dei due pittori fratelli, tra la committenza e l’opera, forse tramite i mercanti e i banchieri veneziani che presenziavano le coste adriatiche. Non so nemmeno se questa mia diretta ma incontestabile osservazione sia già stata fatta anche se non mi risulta. L’architettura lignea e dorata che contiene le biografie iconografie distinte di ogni santo, ancora isolato nella propria nicchia, è una chiesa con arcate, portali e coronamento, per gli ascolani è il loro Duomo, per i veneti è solo San Marco. Dopo il restauro si vede meglio l’acqua del Giordano che lambisce, con piccole onde separate, la roccia della Fede dove il Battista, imparruccato e nervoso, indica l’Agnello di Dio e invita al battesimo. Acqua quasi invisibile ma di sostegno all’intera figura come l’acqua lo è dell’intera città lontana.

Maestro Guerrino Lovato, Venezia 10 ottobre 2021.

 
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Pubblicato da su 18/10/2021 in Articoli

 

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Pubblicato da su 13/09/2021 in Articoli, Eventi

 

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Il Vecchio Testamento a gambe all’ aria!

Antonio e Bartolomeo Vivarini da Murano dipingono nel 1450 il fastoso polittico della Certosa di Bologna ora nella pinacoteca della città. Il primo santo a sinistra, che è vescovo, munito di pastorale, Mitria e istoriato piviale, è santo Stefano di Châtillon, certosino morto a 59 anni nel 1208.

La lunga fascia interna del piviale, da sempre uno spazio usato per figurazioni sacre come il retrostante cappuccio, ha una serie di figure di profeti, non di Apostoli come ancora credono a Ostuni sul bel rosone del Duomo, ma di vari profeti con bizzarri cappelli e turbanti, a dire che erano dell’Oriente e lunghi cartigli con sacre scritture. Il piviale è fermato al centro da un enorme gioiello ovale con rilievi a pastiglia dorata. Ma non ho mai visto santi o profeti a testa in giù, se non per subire martiri, come l apostolo San Pietro, per sua esplicita volontà crocifisso capovolto. Qui i nostri pittori, che stanno entrando nelle spericolate prospettive rinascimentali, fanno girare all indietro il piviale, che mostra il suo interno rosso, all esterno è azzurro, e la fascia figurata che in un complesso piegarsi, ci mostra ben 2 figure complete di profeti , con le gambe all aria.

Certo non era decoroso mostrare sacre icone ribaltate, ma lo voleva la nuova osservazione della realtà. Hanno messo davanti il pastorale a confondere il difficile ” nodo” della stoffa che si rigira. Certo che l Antico Testamento lo si doveva lasciare alle spalle per fare posto alla Buona Novella, ma diremo, c’ è modo e modo… Anche meno alla lettera! Ma pure la sacra moda ha le sue regole.

Venezia, maestro Guerrino Lovato.

 
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Pubblicato da su 19/08/2021 in Video

 

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Luna rossa a Spello

Dunque… Nelle Crocifissioni alla destra di Cristo vi è il buon ladrone, sopra sempre il Sole, alla Sua sinistra vi è la Luna e sotto il cattivo ladrone. Sole e Luna possono essere bianchi o rossi, o personificati da piangenti maschili e femminili. Appaiono anche nelle Maestà e nei Paradisi.

A Spello, nella cappella dell’ospedale di Sant’Anna, patrona dei parti e delle malattie femminili, la Luna è rossa, sia nella Crocifissione che al centro della volta, a sottolineare l’importanza dell’astro notturno nei cicli femminili e nel tempo propizio dei parti.

Le aureole, in parte cadute erano dorate o bianche. La linea verticale tra la Luna al centro, rarissima posizione dominante e San Giovanni figlio diletto adottivo e sant’Anna Madre della Madre divina Maria che teneva il piccolo figlio di Dio, Gesù benedicente, è una linea verticale dall’alto al basso e viceversa, sul tema della prole, della figliolanza e della maternità la cui patrona assoluta era sant’Anna… e la sua luna rossa.

Maestro Guerrino Lovato, 6 agosto 2021

 
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Pubblicato da su 10/08/2021 in Articoli

 

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Il serpente non si mangia la coda del diavolo

L’allegoria, non allegria, magari!

Atene. Teatro di Dioniso. Sileno con pelle di pantera a cuscino, regge il podio. Arte greca del V sec. A.C.

Venezia, Campo San Giacometto. Il Gobbo di Rialto scolpito in pietra d’Istria da Pietro da Salò nel 1541. I veneziani che furono pure i possessori di Atene, conoscevano la statua di Sileno perché da sempre presente in situ e ne hanno riproposto il modello per la nota pietra dei bandi e delle punizioni eseguite dalla Nuova Repubblica Veneziana a imitazione e orgoglio della prima Repubblica Ateniese di 2000 anni prima.

Questa iconografia del telamone inginocchiato ha una sua peculiarità anatomica e funzionale, che non è condivisa dai telamoni romanici o gotici. Ma solo uno scultore e prete del 900, Fra Claudio Granzotto di Chiampo la utilizzò per il suo capolavoro, l’acquasantiera per Santa Lucia di Piave del 1928 in marmo di Carrara.

Qui il Sileno classico, passando dal virile Atlante veneziano di Rialto, diventa un indomabile e urlante demonio, pudicamente coperto da una pelle di serpente. Dalla pelle della pantera cara a Dioniso Bacco pagano, si arriva al serpente tentatore diabolico e vinto dell’olimpo cristiano. Al di sopra l’allegoria della Fede, in bronzo indicante l’acqua benedetta che sta in una colossale e virginale conchiglia sostenuta dalle notturne ali del nerboruto e satiresco maligno. La Fede cristiana nasce dall’Acqua del Battesimo come Venere dalla sua conchiglia marina: l’una, casta e vestita guarda il cielo, l’altra nuda guarda gli uomini!

Maestro Guerrino Lovato.

 
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Pubblicato da su 29/06/2021 in Video

 

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Quel sandaletto

Venezia, San Marco, cappella di San Clemente, Antonio Rizzo, primo Quattrocento.

In alto la Madonna della Passione con il Gesù spaventato che dall’agitazione perde il sandaletto. Antica iconografia bizantina, con il feriale e domestico dettaglio, nota nella pittura ortodossa ma non nella pittura pittura occidentale e tanto meno nella scultura, della quale questa è un unicum mai notato! Non solo il sandaletto infradito è scolpito in toto, forse l’altro è ancora nel piede sinistro, ma il sesso del bambino appare circonciso tra le vesti. L’unico figlio di Dio si sacrificherà per la salvezza degli uomini.

Maestro Guerrino Lovato

 
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Pubblicato da su 16/05/2021 in Articoli

 

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