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Il Saliso del pianto

Gentile redazione,

sono Guerrino Lovato, che ancora ringrazia la precedente giunta e l’attuale per aver ospitato il suo lavoro in forma di “Museo Mondonovo maschere” in Palazzo Corielli e per il deposito dei 500 calchi nel cantinone di Villa Clementi. La buona notizia è solo la grande lettera “da Nobel” della dottoressa Anna Cogo, Lessico familiare il felice titolo, apparso sulla vostra rivista. Il senso e la prosa non potevano essere più veri, chiari e di urgente sentire che la vorrei esposta, come il dispaccio Diaz, fuori da tutti i comuni d’Italia. Attualmente è incorniciata nel mio studio veneziano e non smetto di divulgarlo!

Grazie Anna che non conosco direttamente, ma lo farò al più presto. Tutto questo per dire che non ho nessun diretto rapporto con i protagonisti di questa tremenda faccenda, se non con Adriano Marchesini che ha sollevato il caso. Nelle mie conferenze sull’Architettura rurale e la sua salvaguardia cito sempre il Comune di Malo per la cura e l’attenzione che ha per il bello rimasto nel paese protagonista della letteratura italiana grazie a Luigi Meneghello.

Ho assistito dall’autobus col quale arrivo a Malo, e poi ho visitato a piedi lo stupefacente restauro dell’attuale albergo Al Sole, esempio di come una sciatta e violata architettura sia divenuta un luogo prezioso e ospitale. Il portico del cantinone Clementi è davvero un caso da brividi! Fosse stato un infelice intervento in una abitazione privata, ma antica, si sarebbe sospettato di intrighi e sottocultura ma qui è un luogo pubblico predisposto alla cultura come una Biblioteca pubblica e a firma di un’architetto che vanta alti studi e nutrito curriculum… di che? Se questo è il risultato! È la bellezza che ci interessa, è il senso del riuso di un luogo atto alla vinificazione che diviene sala estiva di lettura della biblioteca il tema. È questo ultimo uso che si deve sottoporre al preesistente, non il contrario!

In un ricco e sorprendente agglomerato di edifici, dalla colombara alle stalle nonché

al palazzo urbano e agricolo che è Villa Clementi, e che esibisce ornati e decorazioni fino ai dettagli è impensabile che sia successo questo. Solo pochi mesi fa è stato distrutto, e averne già nostalgia mi sembra un dolore inaccettabile! Ma gli interventi dei famigerati geometri comunali degli anni Settanta che hanno deturpato i centri storici non sono serviti di lezione? A guardare  il risultato ci si trova davanti a uno stile mattoni-tavelle lisciati e oleati e pareti intonacate di gelido bianco con spigoli rinforzati in nero secondo l’internazionale gusto dei B&B e degli agriturismi, spesso falsi e abusivi, sorti in tutta la penisola. Questo è quello che si vede e si legge entrando nell’atmosfera di quello sfortunato portico, che anche fuori stagione e fuori tempo sprigionava mosto e fatica! La sovrintendenza è stata davvero complice dello scempio in un edificio vincolato? Il documento è stato pubblicato ma non le motivazioni, non credo abbiano sottovalutato il prezioso sito, indagheremo. Non sarebbe la prima volta che l’istituzione più responsabile del territorio faccia passare sottogamba il bello comune oltre che il bene comune.

A febbraio ho visto le antiche tavelle sui bancali e ho parlato con l’impresa, avevano appena divelto il ciottolato bicolore, non capivo il progetto ma ero fiducioso visti i precedenti maladensi. Purtroppo l’antico cotto proveniente da Verona è stato posto in opera ma completamente snaturato e abraso da renderlo irriconoscibile, tanto valeva  usare un nuovo prodotto locale, qui si è sprecato il vissuto del prezioso materiale di recupero nonché il denaro pubblico!

E se non si mettevano gli infissi che senso ha raggelare e appiattire un’architettura cosi eloquente, nel suo specifico di spazio d’uso agricolo, in una clinica ospedaliera? Continuo a non capire, e le risposte dovrei trovarle nelle puntuale risposta dell’architetto e dottoressa Viviana Marini, ma tranne l’unicità del luogo, ripetutamente sottolineata, e ora non più esistente, altri valori sensati non appaiono. Il curriculum non la difende, dallo IUAV escono 5000 architetti all’anno e il disastro Veneto è sotto lo sguardo di tutti. Se una generazione fa, dalla suddetta università uscivano almeno gli intenti del bello, buono e giusto da farsi in architettura e urbanistica, ora è un produrre pseudoprofessionisti narcisi e autoreferenziali come il curriculum Martini insegna. MENDICANTI DI MODERNITÀ, cito e rubo alla Anna Cuogo la locuzione, sarà il titolo della conferenza che farò a Venezia il 16 dicembre, invitato dai Club UNESCO, e il caso “SALISO di Malo” sarà il soggetto della mia relazione. Qui bastava un geometra di buon senso e di virtuosa umiltà.

Pensiamo, con amici scandalizzati dalla protervia burocratica e dallo squallore dell’intervento, di fare un incontro sul luogo e piangere a dirotto; con occhiali scuri di lutto piangeremo la fine della BELLEZZA e insieme, tra le lenti oscurate, invitare a non guardare più da quella parte!

IL SALISO DEL PIANTO!

Sarà il nostro sit-in. Con invito alla pubblicazione, ringrazio e saluto.

Maestro Guerrino Lovato, “Museo Mondonovo maschere” in Malo.

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Pubblicato da su 18/10/2017 in Video

 

San Giovanni Elemosinario

San Giovanni Elemosinario continuò tutta la vita a fare elemosine e a elargire la carità, la prima delle virtù teologali. Il Doge di Venezia, una volta eletto attraversava Piazza San Marco gettando zecchini d’oro al popolo dal pozzetto portato a spalle sulla folla. Il Doge Francesco Donà nel 1549 si fa rappresentare da Tiziano nelle vesti del Santo Elemosinario esattamente nel gesto di donare la moneta a un mendicante, unendo felicemente il suo cognome all’attributo del Santo Elemosinario, nella superba pala dell’altare maggiore, ancora al suo posto nella chiesa omonima a Rilato. Dipinti di Pordenone, Marco Vecellio, Domenico Tintoretto, ancora raccontano dalle pareti storie edificanti e l’Adorazione dei magi rimane il capolavoro del pittore di Lonigo, Carlo Ridolfi, più noto per le famose biografie degli artisti veneti raccolte sotto Le Maraviglie dell’arte del 1648.

Nel 1997, Claudia Terribile pubblica i suoi studi finissimi sulla chiesa e sulle opere d’arte contenute e nel 2010 una breve guida della chiesa, da dove ho tratto pure l’identificazione del Santo col Doge Donà. Insieme a Claudia, nel 1995 abbiamo indagato nei dettagli simboli e allegorie sparse fuori e dentro l’edificio, a lei il compito poi più gravoso di documentare quella che è, dopo San Marco, l’altra chiesa veneziana di proprietà privata del Doge, al centro del mercato realtino. Il mercato bruciò nel 1514, si salvò solo il campanile in mattoni e le decorazioni in cotto e in pietra d’Istria del 1410. Originale e unica fino a quel momento è la cella campanaria aperta da sole quattro grandi finestre ogivali gotiche, una per lato. Come si osserva dalla pianta di Jacopo de Barbari del 1500, la cuspide era a cupola moresca come chiaro riferimento a San Marco. Dal lato del campanile, verso il ponte e verso il palazzo ducale, il Doge Michele Steno mette tre rilievi, il proprio stemma stellato con sopra il corno ducale; il leone marciano in moleca; l’aquila di San Giovanni, qui visto come l’Evangelista e, come dice la Terribile: «Io Michele Steno, Doge di Venezia, controllo, gestico e amministro due chiese: quella di San Marco e questa di San Giovanni ». Sull’altro lato del campanile, verso la pescheria e la ruga, un altro rilievo della medesima epoca e committenza, rappresenta il Santo elemosinario in trono nell’atto di distribuire con la ritta e la manca, zecchini ai piccoli cittadini sottostanti e in preghiera. Il San Giovanni elemosinario è il più virtuoso dei santi nella pratica della Carità. Non a caso, sopra il grande balcone  della Sala del Maggior Consiglio in Palazzo Ducale del 1400, voluto dal Doge Antonio Venier ed eseguito dagli scultori Dalle Masegne, forse gli stessi del nostro campanile, sta seduta una statua allegorica che allatta e nutre i suoi figli come Allegoria della Carità, cristiana e ducale insieme.

Nessuno ha osservato che questo campanile è la summa, anche architettonica, dei simboli ducali, abbiamo osservato la forma marciana della precedente cupola ma si deve aggiungere che i grandi finestroni della cella campanaria sono identici ai balconi del Palazzo Ducale, nella misura, nella forma e nel colore. Se il Palazzo Ducale ha due grandi Balconi sulla Piazzetta e sul Molo da dove il Doge ritualmente appariva, il campanile ne ha ben quattro; forse da quel punto il Doge non si rivolgeva ai veneziani ma certamente da quei balconi usciva più volte al giorno il suono delle sue campane che, fino al 1848, alla sera con la campana Realtina, avvisava di chiudere banchi e mercati prima che suonasse la campana Marangona che da San Marco dava il grave suono dell’inizio delle attività notturne. Il suono delle campane del Doge ritmava, cadenzava e benediva, dalla sua chiesa personale, il formicolio del laborioso mercato. Non va dimenticato che la chiesa fu sede di Accademie scientifiche e di scuola pubblica, infatti nei capitelli interni dello Scarpagnino che la progetta dopo l’incendio del 1514 vi sono al centro piccoli libri aperti. Solo il campanile di San Luca che è del 1462 ha una cella campanaria simile, ma la chiesa non ha un esplicito privilegio ducale come San Giovanni Elemosinario a Rialto.

 
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Pubblicato da su 16/10/2017 in Video

 

Sotto il segno dello scorpione: il Duomo di San Donà del Piave

Il Duomo di San Donà del Piave è dedicato a Santa Maria delle Grazie fin dalla sua fondazione, nel 1841 venne rifatto da Gian Battista Meduna, architetto veneziano che progettò gli interni del teatro La Fenice di Venezia. Purtroppo l’imponente e prezioso edificio venne quasi completamente distrutto dalla Prima guerra mondiale.

Nel 1919 si ricostruì sotto la direzione dell’architetto veneziano Giuseppe Torres che aveva, e ancora è lì, la casa neomedievale al Gaffaro a Venezia con grandi pannelli traforati in stile neogotico ottenuti da colata di cemento, che creano le protezioni del giardino dalla fondamenta. Nei primi del Novecento il cemento, sia per colata in forme, che direttamente modellato era una nobile materia che ha “formato” molta arte statuaria, ornamentale e architettonica nello stile ecclettico, liberty e déco: un materiale nobile e nuovo prima che diventasse brutto, sporco e cattivo come avviene, nell’opinione comune, dopo il 1960.

Il Torres riprogetta il grandioso pronao corinzio con 12 colonne scanalate (compresi i pilastri interni) arricchite di splendidi capitelli. Progetta anche il campanile che nella cella campanaria cita quello veneziano di San Pantalon nelle belle serliane di apertura; questa chiesa era la sua parrocchia a Venezia. Sopra al campanile nuovo di San Donà pone un San Michele, poi rifatto, fornito di spada essendo l’arcangelo del Giudizio finale. Le colossali colonne in agglomerato cementizio dovevano avere nei dodici capitelli i dodici segni zodiacali. Ben appropriata l’idea che all’esterno potessero convivere con i simboli cristiani del tempio anche i paganissimi ma molto più antichi simboli astrologici, come dal medioevo si erano spesso arricchite le chiese. Una finezza che purtroppo non venne rispettata! Racconta Cencio Janna di San Donà che sentì dalla viva voce dello zio avvocato Alessandro Janna, come avvenne che ora ci sono solo Scorpioni! Ottavo dei segni dello zodiaco che va dal 23 ottobre al 21 novembre, il segno è caratterizzato da intelligenza e mistero, ma pungente e vendicativo e chissà quante altre storie vi vennero associate dai compaesani quando avevano ancora il tempo di osservare in alto. L’avvocato Janna diceva che “li fecero tutti uguali perché la forma era bellissima, ma anche per risparmiare”. Certamente lo scultore avrebbe fatto belli pure gli altri segni ma si sarebbe dovuta modificare la forma per 12 volte. Così, più per economia che per amore del bello e completo ornare il prestigioso edificio, abbiamo una chiesa piena di soli scorpioni. Per lo studioso che si arrovella in simboli e significati, che si fida del passato e della sapienza antica è uno smacco non da poco, ma la cosa andava spiegata così, nel più prosaico dei modi.

Forzando l’argomento potremmo dire che, essendo il segno dello scorpione affine all’occulto e al magico sia simbolico sia della dogmatica religione ma anche del gioco di prestigio (sì, ma del capocantiere), fu solo una questione di soldi! Tanto chi vuto che se inacorga!

Guerrino Lovato, Venezia, 22 settembre 2017

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Pubblicato da su 09/10/2017 in Video

 
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Pubblicato da su 04/10/2017 in Video

 
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Pubblicato da su 01/08/2017 in Video

 

Vincenzo Foppa 1485

Il Battista maturo, ma ha solo sei mesi più del cugino Gesù, mostra il cartiglio con scritto ECCE AGNUS DEI e indica il sacro parente, suo gesto caratteristico. L’omonimo Giovanni evangelista, che dovrebbe essere più giovane di Gesù, dall’altra parte mostra l’inizio del suo Vangelo nel cartiglio: IL VERBO SI FECE CARNE. Gesù, esibisce la sua mascolinità e con la destra riceve la profezia ma con la sinistra indica, raro gesto, alla Madre il suo secondo figlio, Giovanni. Maria sapiente e dolente è a metà del libro, dopo ci sarà la Resurrezione, luminosa come la veste del bimbo protagonista.

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Pubblicato da su 22/07/2017 in Video

 

Il piccolo Gesù

È il piccolo Gesù in persona che si svela il sesso per rivelare la sua vera e maschile natura umana… Mai visto prima. Opera di un maestro austriaco ora al museo Correr di Venezia.

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Pubblicato da su 22/07/2017 in Video

 
 
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