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El Greco – Il tabernacolo del 1570 a Castignano. Di Guerrino Lovato

Una straordinaria scoperta è avvenuta nell’ambito della pittura di Domínikos Theotokópoulos -El Greco- referente al suo problematico quanto indagato periodo italiano dal 1567 al 1576, periodo nel quale il pittore greco della Candia veneziana, nato nel 1541, lavora tra Venezia e Roma per poi andare definitivamente a Toledo dove morirà nel 1614.
Un tabernacolo stupefacente è emerso dalle collezioni della preziosa e amata Pinacoteca di Don Vincenzo Catani che solo qualche anno fa lo aveva restaurato e pubblicamente esposto. L’opera fa parte della serie numerosa di tabernacoli veneto-cretesi identificati e sottoposti allo studio dopo il primo caso del 2014 a Bettona.
Il tabernacolo di Bettona ha ora il suo doppio che ancora più esplicitamente rivela il genio di El Greco. Avevamo capito, da quello notevole e forse autografo di Montefalco, conservato nella chiesa di S. Maria Maddalena, che due Evangelisti, ivi raffigurati, erano tratti dallo stesso disegno di quelli di Bettona, ma trovarli ora a Castignano, tutti e quattro insieme, quasi nello stesso ordine, Matteo qui anticipa Marco, con questa qualità pittorica più evoluta e più “facile”, è una consolante sorpresa per chi aveva sempre creduto nell’autenticità di quello di Bettona.
Esaminiamo il tabernacolo di Castignano, che misura in altezza cm.48,5 e in larghezza cm.56,5.
La portella è un vero capolavoro, Padreterno compreso. A cominciare dal Mosé che, “scolpito” nel sarcofago fatto con due soli colori e uno sfumato per imitare la grisaille, mostra un saggio di abilità, fretta, nervosismo e sprezzatura che non ha eguali intorno al 1570. E’un assoluto tecnico, non è disegno, non è propriamente pittura, è una “elgrechità” e basta! Quel naso semita e quella barba sono il riassunto più concentrato che un’immagine possa avere.
Il corpo possente e morto di Cristo con l’anatomia perfetta, come la piega dell’ombelico e l’ombra esatta del naso, dell’occhio e dei baffi, sono tocchi magistrali e notevoli!
I due Angeli dai capelli corti, molto scultura veneta tipo Vittoria e Campagna, con i gesti forti e sicuri, sono commoventi e quello a destra così pensoso e inconsolabile, con la veste tormentata e le ali gocciolanti di colore e di lacrime, è indimenticabile e nuovo: non comprende e disprezza la morte di un Giusto. L’altro angelo invece osserva da vicino l’inerte cadavere del Dio Uomo e sorregge la mano destra di Cristo, forse consapevole della prossima Resurrezione, come anche indicherebbe la sua bianca ala indicante il Paradiso. L’ala bianca, ora trasparente, si è consunta ed è stata assorbita dal legno della croce; qui nessuna metafora, ma solo l’azione dei pigmenti nei 450 anni di vita materiale. La torsione del corpo di Cristo, che permette al pittore un forte chiaroscuro scultoreo, e la mano pendente è un’evocazione della scultura dell’amato e odiato Michelangelo.
L’autoritario Eterno Padre, calvo e corrucciato, sia per la morte del Figlio che per la titubanza di Mosé, è un tipo preso dal Tintoretto a San Rocco e dall’Assunta di Tiziano ai Frari, è risolto con fulminea pennellata e intenso colore! Chi si poteva permettere di guardare dall’alto anche il Padreterno? Tintoretto, El Greco e San Juan de la Crux!
Il san Luca, mancino, è il primo a sinistra, penso a un autoritratto, con quella frangetta rara; ha il naso lungo e aquilino e la bocca socchiusa che sembra aver inumidito da poco il pennello, ha grandi e forti mani e braccia possenti, procede sui sandali con i piedi perfetti e sorride. Vivace il manto rosso con bordura sagomata attraversato dalla stola color zucca.
Il rovinato e calvo san Giovanni, naso grosso e occhietto vispo, ha il pesante volume chiuso, ma la leggera aquila è vigile, splendida la verde manica rimasta!
San Matteo ha un volume enorme e chiuso, con la destra ha un pennello, tizianeggia nell’arguto e stempiato profilo; l’angelo che si gira guarda nella stessa direzione, ha un seno scoperto e intanto gli tiene il calamaio. Notevole è il manto rosso che sul ginocchio mostra un bordo lobato, sopra, la mano è potente!
Marco è tutto monumentale, il più conservato dei quattro, mani nervose e perfette, testa pensosa e viva, notevole l’ombra delle ciglia e la concretezza sanguigna del colore.
Luca e Marco, posti agli estremi del tabernacolo, vivono in uno spazio più stretto rispetto a Giovanni e Matteo: il prezioso tabernacolo dorato e colorato quasi a smalto doveva essere in aggetto sopra l’altare per mostrare bene le 5 facce istoriate.
I cherubini piccoletti, umorali, corrucciati e pensosi, sono minuscoli nello spazio nuvoloso del timpano, il colore perlaceo del cielo, un tempo azzurro di smaltino, doveva farli volare in primo piano come farfalle. Sono dipinti con una rapidità e sicurezza degni del miniaturista El Greco, qui evidente allievo di Giulio Clovio, suo maestro e protettore in Palazzo Farnese a Roma.
Il Tabernacolo di Castignano è esagonale, con cinque lati dipinti e sempre del medesimo disegno ligneo, forse con cupola, come doveva essere quello di Bettona. E’stato restaurato dignitosamente sia nelle parti lignee che nella pittura dove si vede il tratteggio, e l’insieme è di grande impatto e di soddisfazione estetica. Malgrado la prevalenza dell’architettura e degli spazi chiusi delle porte e dei timpani, le figure vivono, camminano fluenti, si torcono dal dolore, volano e ammiccano al fedele.
Quello di Bettona, che procede dallo stesso impianto e con i quattro Evangelisti eguali, è più conservato nella pittura che è più moderata e fine. E’difficile con El Greco dire se lo stile di quello sia coevo a questo o precedente, lui sperimenta, ha fretta e pazienza in base al committente, usa tecniche nuove sui suoi soliti disegni che qui usa tre volte negli Evangelisti.
Pure quello di Montefalco va inserito nella trilogia, ha due degli stessi Evangelisti, cherubini stupendi e un Cristo notevole, stessa architettura.
Speriamo di trovare qualche sigla, data o firma.
Bravi Gianni e Gionni Malizia che sono andati a fotografare l’altarolo di Castignano, essendo da tempo amici del parroco Catani. Recita il dépliant del Museo “Una sorpresa che non ti aspetti”: mai frase è stata più appropriata al nostro ritrovamento. Su tutto dobbiamo ragionare! Intanto mi sembra un sogno questa scoperta!!!
Siamo quindi di fronte alla produzione e parte del reddito della “bottega romana” della quale Domínikos ebbe licenza il 18 Ottobre del 1572 dall’Accademia di San Luca, anche se il nostro era a Roma da quattro anni e forse già produceva dipinti di questo tipo. I tre tabernacoli autografi sono quello di Bettona, di Castignano e di Montefalco, altri tre sono papabili tra Foligno, Todiano e Leonessa, altri sono direttamente riconducibili a lui ma eseguiti in una bottega dove si identifica un “Primo Maestro” e un “Secondo Aiuto”.
I circa trenta tabernacoli identificati hanno quasi la stessa architettura divisibile in almeno tre tipologie diverse con o senza cupola, con o senza colonnine. Tutti in legno, pastiglia a rilievo e punzonatura su pastiglia a rilievo poi dorata con oro zecchino. Tutti dipinti con tempera grassa con lo stile e la tecnica dei maestri veneto-cretesi altresì detti “Madonnari”. Alcuni sono datati dal 1573 al 1577 e oltre, direttamente sul manufatto stesso, a dirci di una bottega che ha proseguito ben oltre la partenza da Roma del Domínikos Theotokópoulos. Questa avvenne verso il 1576 per portarlo in Spagna dove il pittore fisserà anche il suo nome, almeno per i toledani, in El Greco, articolo castigliano e nome italiano.
Questi tabernacoli sono la produzione di una bottega romana che disseminò nello stato pontificio questi piccoli, portatili e leggeri manufatti dorati e istoriati da varie mani, alcuni anche direttamente dal Maestro. Vedere in questi lavori la mano di Lattanzio Bonastri, suo allievo documentato a Roma, è difficile conoscendo solo la sua grande tela senese; qui servivano pittori miniaturisti e docili al Maestro Geniale quanto a una committenza di provincia.
Don Vincenzo Catani ha trovato il documento del 1570 che vede acquistato per mano di Lat(in)o d’Anteo un tabernacolo a Foligno per “fiorini 25 e bolognini trenta sette”, assai caro, per la Confraternita del Sacramento di Castignano, luogo dal quale questo tabernacolo proviene. Non ho dubbi si tratti del nostro e l’interessante data ci fa riflettere che l’altarolo di Modena, che viene tradizionalmente datato a prima del 1570, sia assai prossimo al nostro di Castignano, specialmente nei volti degli angeli e nella scioltezza delle pennellate, prima quindi dell’apertura ufficiale della bottega romana, ossia nel periodo Farnese.
Evidentemente, per aderire alle richieste dei grandi personaggi, ricchi e potenti, che il pittore candiota conobbe presso i Farnese o che Giulio Clovio gli indirizzava, egli talvolta potè infrangere il limite dei piccoli formati e dipingere ritratti a figura intera quali quello di Vincenzo Anastagi e del Cardinale di Lorena, di Giulio de Bravis ecc.

 
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Pubblicato da su 23/11/2020 in Articoli, El Greco, Eventi, Video

 

Battesimo di Cristo

Tranne il giovane Padreterno, alla fiorentina, e la colomba sono tutti in ginocchio. Cristo quasi di schiena riceve il battesimo col gesto dell’umiltà e della Speranza con le mani incrociate al petto. Le onde del Giordano, come filamenti, lo vestono da tritone anfibio. Ma non ho mai visto Giovanni e Giacomo a reggere le vesti simboleggianti il rosso oro della Carità e il blu oro della Fede. Erano anche loro sul Giordano ma in veste di aiuti al vestiario è la prima volta che li osservo. E forse anche voi! Fatenene tesoro…

Battesimo di Cristo, composizione centrale polilobata. Taddeo Gaddi, 1335, Firenze Accademia.

 
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Pubblicato da su 23/11/2020 in Articoli

 

Cristo battezza una donna

Cristo che battezza una donna! Chi sarà mai?.. Poi ho capito che è la conversione della Maddalena in una rara quanto unica scena! Scultore della fine del Trecento a Venezia, forse un luogo per prostitute convertite. Dorsoduro 3266, Calle della Madonna, vicino a Ca’ Foscari, Campiello degli scuellini.

Frainteso dalla storiografia locale come un tradizionale Battesimo di Cristo, seppur imberbe, si tratta invece di un unicum nell’iconografia cristiana. Cristo paludato con la legge nel rotolo e con l’aureola cruciforme, immerge, premendo con la mano destra, la testa della santa già aureolata, in allusivo fiume aperto. Lei è con le mani giunte nel gesto della Fede, e nuda fino alla cintola. Il viso ricorda molto le sculture dei capitelli del Palazzo Ducale del Trecento. La Maddalena, dalle varie agiografie avrà una clamorosa conversione, trattata dagli artisti in più epoche, da Luca di Leida a Cagnacci, da Veronese a Caravaggio. Qui, lo scultore veneziano, riassume la scelta di fede con un esplicito battesimo direttamente dal più famoso dei battezzati, Cristo in persona. Questa piccola corte fiorita, ancora fortunatamente accessibile, regala una rarissima iconografia.

Maestro Guerrino Lovato

 
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Pubblicato da su 17/07/2020 in Video

 

Fisionomie

Giovan Battista Porta (1535-1615) è noto per la sua opera “Della fisionomia umana”, del 1586 con varie e fortunate edizioni successive. Tratta anche del paragone tra l’uomo e l’animale, estetico ed etico. A volte mette a fianco un noto intellettuale e l’animale che formalmente, e dunque caratterialmente, gli assomiglia. Socrate come un cervo, Poliziano come un rinoceronte, Pico della Mirandola, degno e bello e tanto basta. NESSUNO HA NOTATO che per quanto citato solo per nome ALBERTO, questo è il ritratto di Leon Battista Alberti, ripreso dalla nota medaglia, forse autoritratto, con l’occhio che vola… E vede!

P.S. L’Alberto ripetutamente citato, si riferisce al saggio vescovo sant’Alberto Magno, non certo a Leon Battista Alberti.

Mano nella mano

La “Trinità” è di Nicolò Semitecolo, a Padova al museo diocesano, la “Madonna col bambino” è un affresco del Duecento conservato a Spello, alla pinacoteca comunale. Ho visto solo queste due casi, della mano più piccola del figlio posta sopra la mano del Padre o della Madre, come se la mano più grande fosse l’esatto ingrandimento della piccola che vi è contenuta. Il senso di protezione e di sicura accoglienza dei due protagonisti non poteva essere più chiaro e, insieme, di Carità verso di noi!

Isolati

San Girolamo aveva più compagnia! E si annoiava pure! Rubens lo vedeva così! Isolati ma non soli, separati ma non divisi, fuori dal mondo ma dentro i suoi pensieri!

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Pubblicato da su 29/05/2020 in Video

 

Vedere

Vedere è una ginnastica che va oltre alla fissità oculare, alle narici aperte, ai denti stretti! Le mani aiutano a toccare con gli occhi… La mano destra fa cannocchiale e stringe le tempie regolando la luce e il pensiero… La sinistra annaspa nel vuoto, cerca un contatto fisico che non può esserci, il soggetto è lontano e non sottomano! È San Giovanni nell’Ascensione ancora anonima a Vignola alla metà del Quattrocento, ora che l’amico prediletto Cristo, se n’è volato al cielo, non è più un amasio, un giovane amico, ma diverrà adulto come vediamo dai primi peli che gli crescono sulla mandibola!

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Pubblicato da su 29/05/2020 in Video

 

Cristo e Noè traditi dagli ebrei

Tratte dal Grande libro d’ore di Rohan, primi del Quattrocento francese. La grande pagina illustrata ha San Marco che accarezza il Leone e con la sinistra legge e corregge il suo Vangelo. La piccola scena a parte, invece, è una vera rarità. Cristo beve dalla coppa del tradimento datagli dagli ebrei, qui in veste di sommi sacerdoti potenti, stanchi e con grandi cappelli. Dietro a Cristo seminudo vi è un antico figuro barbuto e ammantato che lo spinge e lo incoraggia. È Noè, che piantò la vite, si ubriacò, si denudò e venne deriso e umiliato da Cam per questa sua debolezza. Cam verrà poi maledetto assieme alla sua stirpe. La scritta in antico francese dice questo: Come Noè bevette del vino da quella pianta che lui stesso piantò, ecc. A conferma che è il patriarca Noè, l’altro scalzo personaggio. Si tratta di un sistema di comparazione tra l’Antico e il Nuovo testamento chiamato BIBBIA MORALIZZATA, in voga fino al 1600, anche nell’arte maggiore, poco note ma puntuali sono le grandi scene dipinte a Perugia dall’Aliense in San Pietro. Il testo inglese del 1982 non vede e non nota il raro Noè, anche perché questa scena del calice del tradimento non sta nei vangeli canonici. Il denudamento di Noè o la sua Ebbrezza viene solitamente accompagnato dalla scena  più logica di Cristo spogliato dalle vesti. Titolo esatto dunque: Cristo e Noè traditi dagli ebrei.

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Pubblicato da su 28/05/2020 in Video

 

1-Lo scultore è un piccolo Ercole

Le sculture dell’antichità classica greche o romane portano raramente la firma dell’autore. Nota è quella sull’Ercole Farnese, sul Torso del Belvedere che è un Ercole seduto, sui gruppi di Sperlonga, sul Gladiatore Borghese, sul gruppo detto Papirio, sono scultori greci, da lì partivano i modelli e firmano in greco. Queste opere erano fatte per clienti latini che ammiravano la grande scuola ellenistica. L’Ercole Farnese, ora a Napoli è un’invenzione di Lisippo che ebbe grande fortuna.

L’Eroe delle 12 immani fatiche si riposa sulla clava coperta dalla leontea con le mele delle esperidi nella mano destra. La mano sinistra è si abbandonata, ma il dito indice indica qualcosa che sta a terra, ossia la FIRMA dello scultore: GLYKON ATENIESE FECE, in greco, lo scultore che la eseguì, 700 anni dopo Lisippo a Roma per le Terme di Caracalla. È una statua colossale di più di 3 metri, e l’artista ha reso il possente gigante semidio, agile e forte, sensuale e terribile, pacificato e stanco ma energico e instancabile! GLYKON, alla fine della sua grande fatica, piccolo ma potente scultore, si firma sotto l’indice del suo fare arte, del suo lavoro e del suo sudore. Io ti ho fatto o Divino Ercole e tu continui a indicarlo a tutti… Tu sei immortale ma fintanto che esisti in questa mia opera, omaggi anche il piccolo dio che ti ha creato. Glicone ateniese stanco ma fiero, Ercole dell’arte sua, saluta…

2-Il pipistrello di Atena

Sotto Pallade Atena, dea della sapienza, nata direttamente dalla testa di Giove armata di tutto punto, vi è un pipistrello, animale che vede nel buio della notte come i Sapienti vedono nell’ignoranza. L’attributo classico di Atena è appunto la civetta, per essere pure lei capace di vedere nella notte. La civetta è simbolo della città di Atene, sapiente e armata città. Questo affresco senese ha il pipistrello, raro e simpatico caso di variazione del medesimo significato. Che io sappia, nessuno lo sa…

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3-Calice e calderone

Pittore catalano Quattrocento. La predica di San Giovanni evangelista. Sta gesticolando sul pollice per dire del primo dei tre della Santissima Trinità, dunque del Padre. Il computo digitale chiarisce a tutti il punto in questione. Il Santo è sopra un pulpito davanti un colorato pubblico di ebrei, uomini e donne. Ancora non sa che verrà accusato e dovrà sopportare torture, tra le quali bere il veleno dal calice, che poi diverrà col serpente il suo attributo. Ancora, verrà poi bollito nel calderone, ma non morirà che a Patmos da vecchio, dopo aver scritto anche l’Apocalisse. Il calice è il calderone sono qui evocati nel disegno del broccato posto sul pulpito.

4-Nascondere gli idoli

L’Orcagna scolpisce la Natività a Orsanmichele in Firenze tenendo conto della continua polemica aperta secoli prima contro le immagini: l’iconoclastia. Un’ampia tenda trattenuta ai lati della scena ci ricorda che guardiamo una VISIONE, oltre la realtà, la nascita di Cristo è Dio che entra nella Storia ma la sua immagine riprodotta in marmo è apparente e momentanea. Finita la contemplazione dell’immagine, necessaria ma mai idolatrica, che sarà breve, la tenda coprirà tutto! Rimane il velo del Tempio! Almeno fino alla fine del Cinquecento le grandi tende aperte sulle scene sacre, da Lotto a Raffaello, da Beato Angelico a Caravaggio, ci dicono che l’apparire del divino nella nostra realtà è solo momentaneo, e il marmo o la tela sono volgari feticci deperibili che mai devono diventare IDOLI. Ebrei e musulmani grandi iconoclasti, e poi i protestanti cristiani, erano così  giustificati nello spiegare il noto comandamento: NON ADORARE IDOLI!

Certo Rivelare, Svelare e Mostrare è spiegare, aprire le pieghe!.. Ma la grande polemica tra iconoduli e iconoclasti, ne sono prova i protestanti, è sempre stata presente, era un comandamento! Anche il realismo polemico e sconvolgente di Caravaggio aveva così una giustificazione, scenderà il sipario!

5-L’arcangelo tricolore

L’arcangelo Gabriele e annunciante, tiene nella mano sinistra il candido giglio con tre fiori aperti come simbolo della Trinità e della purezza di Maria, nelle tre fasi, del prima, durante e dopo il parto di Gesù. La mano destra sacra e benedetta, benedice l’Annunciata. La veste bianca che indossa sotto il manto è la Fede, che permea completamente il credente e gli abitatori del Paradiso, evocato come luogo aereo dalle candide ali. Il verde, scarsamente ostentato all’interno del manto, allude alla Speranza, che per i premiati al cielo non è più necessaria in quanto hanno già raggiunto la meta agognata. Invece il rosso della Carità, la più divina delle virtù, è ampiamente  presente attorno e fuori dal corpo angelico a dire che l’Incarnazione è la più grande grazia concessa da Dio ai cristiani passando per il sangue rosso della Passione. I leggeri e dorati capelli mossi dall’impeto del gesto e dell’atterraggio del divino messaggero evocano la dorata corona degli eletti che Maria riceverà alla fine della sua vita. Il bianco, il rosso e il verde sono i colori delle tre virtù teologali fin dal Medioevo e Ambrogio Lorenzetti, nella Maestà di Massa Marittima del 1335, oltre a colorare i tre gradini del trono con i rispettivi tre colori ne scrive a grandi lettere le specifiche virtù corrispondenti. Il vessillo e bandiera dell’Italia unita e repubblicana ha questi tre colori, cari al cristiano Mazzini, al massone Garibaldi e sotto sotto anche al Papa, teologali sono le tre virtù, seppur il suo regno è ridotto  dentro le piccole mura vaticane.

6- La Sapienza

La Sapienza nutre i filosofi. Miniatura del Quattrocento. Come la figlia Pera, nella Carità romana, nutriva il padre qui allatta due anziani, coronata perché è una regia virtù, il solo volto rosso, forse, indica la Carità essendone il colore.

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7- Carità e sapienza

Miniatura da un salterio del 1195. L’Arcangelo con lo scettro e il diadema in fronte, indica alle Marie il sepolcro vuoto, ha solo il volto rosso, per indicare la Carità divina? La Sapienza Celeste? Illuminato dalla presenza continua di Dio?

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8- Guariento

Guariento a Padova, il disco dice PLENITUDO SIENCE, Tutta la Scienza…

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9-La fascia, la vita e la morte

Come spiegare quel gesto con la fascia?

Il bambino si rivolge alla madre con sguardo mesto per ricordarle che così, con quelle stese fasce sarà fasciato nel sepolcro.

Le fasce dei morti potevano essere sottili come nel Gesù del Baldovinetti! Questo è l’Angelico… Dunque il bimbo mostra alla madre la sua morte terrena…

10- Giochi di bimbi

Carlo Crivelli, I bimbi giocano alla Passione.

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Pubblicato da su 28/05/2020 in Video

 

Il Re del mondo

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Benozzo Gozzoli, Madonna col bambino Re del mondo.

A ricordo che l’Asia era la patria di ambedue, il terzo continente conosciuto all’epoca è posto in primo piano e occupa metà della sferica terra. L’Oriente e la parola ORIENTARSI è stata per secoli la direzione dei nostri sguardi, desideri, fedi, paradisi terrestri, Venezia ne era una emanazione!

 
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Pubblicato da su 28/05/2020 in Video

 

Santi fin da piccoli! Rare iconografie della nascita nell’agiografia cristiana

Gesù nasce in una grotta e così san Francesco, alter Cristus, nascerà da Pica in una stalla durante un viaggio, vedi per esempio J. Ligozzi agli Ognissanti a Firenze. L’imitazione a Cristo non si fisserà solo nelle stigmate ma anche nella varie tappe della vita del poverello di Assisi.

A ritroso, anche la nascita di sant’Ambrogio avrà il miracolo delle api che usciranno come ambrosia dalla bocca del neonato a significare la potente parola futura. San Benedetto, vedi i Carracci a san Giovanni in bosco a Bologna, ma anche il meno noto san Leonardo, nella cappella di Leonardo e Paola Gonzaga a Gorizia, hanno il privilegio di vedere rappresentato il loro primo bagnetto: la madre a letto e le levatrici laboriose che lo accudiscono. La nascita del Battista è caratterizzata dalla presenza di Zaccaria che ne scrive il nome, non potendo parlare, perché punito per non aver creduto a Dio che lo voleva padre naturale, benché fossero anziani sia lui che la madre Elisabetta.

La Madonna poi, nasce da sant’Anna con Gioacchino spesso presente alla scena, anziani pure loro ma qui gli angeli presenziano al miracoloso evento. Anna, sdraiata nel letto, viene prontamente nutrita con uova fresche. Il bizzarro e geniale Amico Aspertini, nei primi anni del Cinquecento, predella in Pinacoteca Nazionale tra Ferrara e Bologna, rappresenta la sequenza dell’uovo freschissimo portato alla puerpera. In primo piano un gallo si abbassa a terra per vedere l’ano della gallina che ha prontamente alzato la zampa per esibire la fuoriuscita del nutriente e tiepido alimento in arrivo. Nemmeno gli attuali cartoni animati sono arrivati a tanta innaturale e comica scenetta, con posture che i gallinacei non fanno mai! Ma l’arte sì. Ma il santo che ebbe anticamente più fortuna per la sua precocissima fede e astinenza fu san Nicola da Mira, ora da Bari, uno dei santi più diffusi e raccontati in tutta Europa, anche perché protettore delle acque, dei mulini, delle imbarcazioni e dei viaggi per mari e per fiumi. Racconta la sua leggenda che san Nicolino rifiuta la poppa e la pappa per pregare e digiunare, le levatrici ne sono stupite, la madre capisce e prega pure lei. La innaturale scena del  bimbo Nicola in piedi nel bacile, dove deve essere lavato, che prega come un battezzando, e rifiuta l’igiene e il cibo è nota, pure in scultura, come il primo digiuno di un presunto vorace neonato che anche per questo sarà Santo.

Nella Cappella di san Nicolò nel duomo di Pordenone vi sono varie storie del santo di un anonimo del secondo Quattrocento di ottima fattura sia coloristica che prospettica e narrativa. Non manca la ricca scena del digiuno e la preghiera di san Nicola puero ,che sta nudo ritto in piedi nella bassa tinozza, con l’aureola, le manine incrociate sul petto nel gesto della Speranza, mentre la futura Carità è imitata dalla stupita levatrice con le braccia aperte, e la madre e l’altra serva sono a mani giunte come segno di Fede; l’inutile pappa in arrivo si raffredderà e la solerzia della cameriera col cibo sarà inutile. A pochissimi metri vi è il famoso fonte battesimale del Pirgotele del 1506 forse tornato nella primitiva cappella del battistero, con le 4 portelle del Pordenone dipinte verso il 1534, ora in riproduzione fotografica, le originali sono al Museo. Non so se la disposizione delle 4 vivaci scenette sia come all’origine, ma la Nascita del Battista del Pordenone e quella di san Nicola nella cappella adiacente del maestro di fine Quattrocento, si vedono contemporaneamente. Pordenone trascura la presenza tradizionale di Zaccaria che scrive, ma rapresenta, copiando la nascita di Nicola, il medesimo miracolo di una fede precocissima che fa stupire le due levatrici mentre Giovannino ed Elisabetta, con la rispettiva aureola, pregano a mani giunte. Il ricco desco col cibo, vino rosso e pane, è portato dalla cameriera che nessuno considera. Si prega e si digiuna, mentre il cibo esce da una fornita cucina con i bagliori del fuoco acceso. Questa scena della precocissima devozione del Battista mi è nuova. Per quanto sappiamo dalle Leggende, già da piccolo san Giovanni lascerà i genitori per ritirarsi nel deserto.

Credo che questa inedita iconografia della nascita del Battista che prega nella tinozza tiepida non sia altro che la ripresa del noto miracolo di san Nicola che tanto doveva piacere nei racconti della vita dei santi, e pure il Giovannino, nella sua fonte battesimale alla quale allude anche il bacile nel quale è posto, non poteva essere da meno di san Nicolino in virtù di fede e di astinenza e se non altro di priorità temporale e gerarchica. Direi che questo è un caso di “buon vicinato”, dove l’immagine si spiega solo se sta nel luogo per la quale fu dipinta e il colloquio tra le due icone è un clamoroso caso di contaminazione e imitazione concorrenziale tra due miracolose nascite e due famosi Santi. Giovanni non era certo da meno di Nicola, ed essendo più antico aveva diritto a impossessarsi anche di questa virtù dell’astinenza che finora era solo prerogativa di Nicola, le virtù sorprendenti dei Santi non si vietano a nessuno!

Venezia, 6 febbraio 2020.

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Pubblicato da su 18/02/2020 in Video

 

Simone Cantarini, Cima da Conegliano e Giovanni Bellini

Simone Cantarini. Il Piccolo gli offre una rosa, ma col rosario, e le esibisce la Croce finale, sebbene già stia nel bianco sudario, si ritrae sulla schiena nel gesto retorico dell’esibire, Lui la guarda negli occhi Lei mira la croce!

Cima da Conegliano a Bologna. Lui con le braccine in croce l’avverte della morte e sepoltura che dovrà affrontare, Lei, timidamente, cerca di separare le manine dal luttuoso gesto evocativo, chiedendo pure a noi di allontanare il triste presentimento!

Giovanni Bellini, Museo Correr, Venezia. Nel nome del padre e del figlio… Il segno della croce interrotto… Bellini lo farà anche nella struggente Pietà di Brera.

 
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Pubblicato da su 25/01/2020 in Video

 
 
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