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Visioni polisceniche nel Battesimo di Cristo di Luca Signorelli a San Medardo in Arcevia

Battesimo di Cristo di Luca Signorellidi Guerrino Lovato e Giampietro Catalini

Dopo il polittico Di San Medardo firmato e datato Luca Signorelli 1507, ancora in sito malgrado l’attuale difficile lettura, il pittore di Cortona dipinge con aiuti il Battesimo di Cristo per la confraternita di San Gianne (Giovanni Battista) nel 1508.

La complessa ancona è ben visibile in San Medardo, completa di cornice e predella, firmata nella grande scena del Battesimo, Luca Signorelli de Cortona; si ha puntuale documentazione che il maestro firmò il contratto e che le piccole figure laterali e della predella sono di Luca di Paolo da Matelica e forse di Girolamo Genga.

Specialmente in quest’ultima si sente il segno e la dinamica del Signorelli e proprio sulle trascurate scenette con i fatti della vita e del martirio del Battista si e’ inceppato il nostro sguardo con dei risultati per noi rari e sorprendenti dal punto di vista iconologico.

La grande scena del Battesimo ha nel bel brano di cielo cristallino, di colline vellutate e di acque correnti la presenza del selvatico Battista, qui ben pettinato per  l’occasione sia nella sua testa che nella sua veste caprina, ammantato di rosso–carità e reggente il legno della croce-fede procede al battesimo di Cristo. Cristo dai lunghi ordinati capelli divisi sulla fronte e posti dietro l’orecchio, reclina umilmente il capo e con la mano sinistra indica pudicamente il cuore, gesto di fede, e con la mano destra sembra contemporaneamente indicare il Battista, proteggere i fedeli oltre l’altare dipinto e praticare una sommessa benedizione. Se il gesto di indicare Cristo è il simbolo del Battista “Ecce agnus dei” qui è Cristo a indicare il Suo cartiglio come a chiudere la missione del Precursore e nella predella troveremo il resto.

Battesimo di Cristo Signorelli. Particolare

L’atletico e candido corpo di Cristo di energica anatomia scolpito, è coperto dal più bello e curioso perizoma della pittura rinascimentale: un telo a strisce fitte e colorate della migliore fattura orientale, a dire del fatto e del luogo storico di dove avviene l’evento ossia sul fiume Giordano in Palestina e non nel vicino fiume Misa o Cesano. Un prudente nodo, simbolo altresì di congiunzione tra l’antico e il nuovo testamento, solleva dall’acqua il telo allo scopo di usarlo poi asciutto come indumento intimo di Cristo che non abbisogna di essere lavato o immerso, essendo puro per sua ‘natura’, ma solo simbolicamente asperso sul capo, pratica ormai comune nell’applicazione del sacramento ai neonati già all’inizio del 1500.

Se Cristo non abbisogna di lavarsi, ne hanno necessità i fedeli del Battista nello sfondo; quello a destra già lavato e battezzato ancora con i capelli umidi si riveste indossando la scarpa destra, la sinistra lo attende vicino e il piede sta in ammollo ripetendo la colta posa dello Spinario classico. Il secondo si sta spogliando già con i piedi nell’acqua completamente nudo e senza le mutande che il prudente Piero della Francesca invece gli mise ad Arezzo.

Battesimo di Cristo Signorelli. Particolare

In questa grande scena Luca Signorelli applica la prassi della narrazione poliscenica in una accezione singolare: è il prima, il durante, (ossia il battesimo) e il dopo di quanto ha fatto Cristo in persona per battezzarsi. Allo stesso tempo Cristo, figlio diletto del presente bianco Padre è esempio all’umanità intera, riassunta nelle tre età dei bagnanti. Il Battista riverente e commosso è vero specchio del volto divino di Cristo, precursore e modello anche fisico. Se a sinistra la scena induce alla vita contemplativa dei fedeli battezzandi, a destra dietro al Battista un’ alta collina indica la feriale attività umana; cavalieri e viandanti scendono al fiume, uno si è infortunato il piede a dirci che la vita attiva, così come i beni terreni, è in balia della fortuna e dei ladri. La predella sottostante racconta in cinque scene i fatti della vita e della morte per decapitazione del Battista.

Battesimo_di_Cristo_Signorelli_vita_di_Battista
La prima scena racconta la nascita dalla vecchia madre Santa Elisabetta del piccolo Giovanni qui lavato dalle due levatrici, vicino sta Zaccaria ancora muto per non aver creduto alla tarda fertilità della moglie e costretto a scrivere il nome del neonato non potendolo pronunciare. Sia Zaccaria che Elisabetta che Giovannino sono muniti di aureola e lo dovrebbe essere pure la levatrice in rosso col manto blu perchè è Maria la futura madre di Cristo che secondo gli apocrifi aiutò la cugina a partorire, rara ma non inedita iconografia. Basti osservare nel Polittico di San Medardo come Luca Signorelli rappresenta la Vergine Maria nell’Annunciazione o nella Natività sono uguali a questa. E’ noto un dipinto col medesimo soggetto di Tintoretto, ora a all’ Hermitage a San Pietroburgo, dove Maria levatrice è qui l’unica a avere l’aureola.

La nascita di San Giovanni Battista. Tintoretto - Hermitage - San Pietroburgo

La nascita di San Giovanni Battista. Tintoretto – Hermitage – San Pietroburgo

La seconda scena della predella rappresenta la Predica del Battista ma sullo sfondo vi e’ un fatto precedente ossia il giovane Battista, già munito di croce e di pelle di capra, che digiuna solitario nel deserto. Al centro la terza scena con La rampogna del Battista davanti a Erode e alla concubina Erodiade;  qui il Battista è a palazzo elegante come nella grande scena centrale del Battesimo che qui sotto logicamente manca. La quarta scena include due fatti costringendoci, per comprenderla, a passare sull’ultima predella. Vi è la danza di Salomè di rosa vestita e in vorticosi movimenti assieme al risultato macabro di tanta seduzione, ossia l’arrivo in un bacile della testa staccata del Battista. La presenza del truce trofeo fa inorridire i commensali con vistosi gesti di ripugnanza e dolore, Erode quasi perde la corona, ma perchè Salomè continua la danza? E’ la logica della narrazione poliscenica, il secondo racconto dell’arrivo della testa staccata si sovrappone al primo della danza di Salomè e come in un teatro sacro o sacra rappresentazione non cambia la scenografia e nemmeno gli attori, semplicemente i due fatti avvengono nello stesso tempo, il prima e il dopo…il durante o il fatto mancante è lì vicino, ossia la Decollazione.

Battesimo_di_Cristo_Signorelli_Vita_del_Battista

Il martirio del precursore avviene nell’atrio di una prigione, la cella con la finestrella è nel fondo. Due soldati con lancia sorvegliano l’esecuzione, il carnefice a torso nudo già inguaina la spada, il Battista in ginocchio e con le mani legate dietro la schiena è già decapitato e la sua testa sta cadendo ora nel bacile d’argento versando copioso sangue dal collo, un soldato sistema la testa sul piatto e inorridito dalla violenta azione gira la testa per non vedere. Qualcuno in piedi a sinistra, vestito di verde e  di un manto rosso, forse quello del Battista, con le mani pazienti sul grembo osserva impotente la violenza degli uomini sul Giusto. Penso sia Cristo in persona che da lontano segue la vicenda del Battista e nel Vangelo di Matteo si dice che i discepoli ne portarono la triste notizia. I capelli lunghi e l’orecchio scoperto corrispondono ai tipi di Cristo del Signorelli come quello di Cortona nella Comunione degli apostoli , o di Loreto nell’Incredulità di Tommaso. Nella decollazione del Battista mai abbiamo visto la presenza di Cristo e pensiamo che questo di Arcevia sia un unicum!  Nel martirio di Santo Stefano è San Paolo giovane  a reggere le vesti del Protomartire. Di nuovo la narrazione in un’unica scena pone due fatti distinti e lontani nel tempo e nello spazio simultaneamente. Solo la pittura può fare questo e il Signorelli ne è maestro. Il pubblico e i committenti  sapevano distinguere e raccontare, la Legenda Aurea e i Vangeli letti e commentati entravano nella “ visione”  fissa dell’icona e  del sacro  e non nella “veduta” razionale delle cose degli uomini, a questo ancora non serviva la pittura e tanto meno quella sacra.

Venezia, settembre 2016
Guerrino Lovato e Giampietro Catalini

Per gli appassionati all’iconografia relativa alla decollazione del Battista, consigliamo anche questo video in cui Guerrino racconta, attraverso una sua scultura, la storia della testa di Battista considerata come la reliquia più importante della cristianità. Alla fine del video potrete godere di un’ impressionante collezione delle più famose “Decollazioni” del Battista nella storia dell’arte. Buona visione.

Video di Nicoletta Metri

 
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Pubblicato da su 15/09/2016 in Articoli

 

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Rai 3 TGR – Ritrovato l’autoritratto di Antonio Canova – Intervista a Guerrino Lovato

Rai 3 TGR Veneto 09/08/ 2016
Guerrino Lovato racconta del ritrovamento del raro autoritratto di Antonio Canova firmato e datato 1812. Considerato disperso da oltre un secolo, era a Bettona abbandonato dietro una porta nei magazzini comunali! E’ in gesso marmorizzato e completo di base, tra i migliori esemplari rimasti.

 

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Domenica 7 Agosto 2016 – Guerrino Lovato presenta le opere ritrovate: l’Altarolo di Bettona di El Greco e il busto in gesso del Canova

Guerrino LovatoDomenica 7 agosto, ore 12,00, nella Pinacoteca di Bettona, il Maestro Guerrino Lovato di Venezia, scopritore dell’ Altarolo di Bettona attribuito a Domínikos Theotokópoulos  detto “El Greco“, presenterà ed illustrerà la preziosa opera ai Sindaci del Comprensorio Assisano, espressamente invitati dal neo sindaco di Bettona Lamberto Marcantonini. Nella stessa occasione il Maestro Lovato presenterà il ritrovato autoritratto in gesso di Antonio Canova sino ad oggi dato per disperso.

Altarolo di El Greco

Altarolo di Bettona – El Greco

Busto di Canova a Bettona

Guerrino Lovato con il ritrovato busto di Canova a Bettona

 

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Ritrovato il raro autoritratto opera di Antonio Canova a Bettona

Scoperto in Umbria un raro autoritratto di Antonio Canova firmato e datato 1812. Considerato disperso da oltre un secolo, era a Bettona abbandonato dietro una porta nei magazzini comunali! E’ in gesso marmorizzato e completo di base, tra i migliori esemplari rimasti.

di Guerrino Lovato

Autoritratto_Antonio_Canova_1812

Canova nel 1812, su invito di amici, modella in creta, converte in gesso e poi scolpisce nel marmo il suo ritratto in formato colossale. Il marmo è a Possagno, nel suo tempio accanto alla sua tomba. Il gesso prototipo con i funzionali punti per la copiatura si trovano uno a Possagno in gipsoteca e uno a Roma all’Accademia di S. Luca. Altre repliche in gesso ma ricavate tramite calchi dal marmo, Canova le regalava a clienti e ammiratori, ne esistono circa otto esemplari. Uno a Venezia al museo Correr alquanto abraso in superficie, uno nella collezione Zeri a Mentana e altri sparsi tra la Russia, l’Inghilterra e la Germania, luoghi che possiedono i suoi capolavori in marmo.

Una replica in marmo – ma del Rinaldi- la possedeva a Ferrara il Cicognara, amico e mentore del Canova, che sotto questo ritratto si fece ritrarre con la famiglia da Hayez. Dunque possedere l’autoritratto del grande scultore e mecenate Antonio Canova era segno di raffinatezza e prestigio e di assoluta dedizione al bello ideale e ai valori neo-antichi che il nostro geniale artista impersonava. Le varie repliche sono firmate e datate sul retro: Canova Ipsius F. 1812 (tradotto: Canova se stesso fece).

Nel catalogo della Pinacoteca di Bettona del 1996 tra le opere disperse viene elencato questo busto. Era diviso in due parti ma stava a vista nei depositi comunali nel complesso di San Crispolto a Bettona. Insieme a Giorgio Foresti, Angela Fratellini, Mario Papalia, che mi accompagnarono a visionare le opere del Comune, lo vidi e lo compresi subito. La rottura è di facile restauro e la conservazione della testa, con i ritmati capelli e la perfetta anatomia, è eccezionale. Rara e preziosa è la marmorizzazione color avorio della superficie che lo ha conservato intatto.

E’ probabile che sia arrivato a Bettona con lascito alla città dai Preziotti che avevano ruoli importanti a Roma e un palazzo a Bettona, forse amici del Canova stesso che sia col clero che con l’Imperatore, ma anche con Napoleone, seppe essere artista, consigliere e figura di cultura alla moda.

Quando si ritrasse aveva 55 anni e questo è l’unico autoritratto in scultura, in quanto come egregio pittore si raffigurò più volte nel corso della vita e posò per vari pittori. Il nudo eroico, la pettinatura dalla nuca alla fronte come Giulio Cesare, il volto glabro e lo sguardo lontano, dicono della dichiarata adesione all’arte greca attraverso la romanità, nuovo Prassitele in terra italiana. Impeto e controllo, bellezza ideale e forza, illuminismo e passione. Un neoclassico già romantico e moderno, l’ultimo artista italiano di livello europeo: a Bettona dietro la porta ma ora in Pinacoteca per sempre.

Autoritratto Antonio Canova

Autoritratto Antonio Canova

 

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Casa Architettura RUrale BErica

“Ancora sulle case quarant’anni dopo”
di Guerrino Lovato

Dedico questo album Carube all’anonimo vicentino che assieme alla occasione fortunata, alla salute e all’amicizia, ha permesso la stampa di questa fatica collettiva.

Architettura-Rurale-Berica

Carube” è il nome che ho dato alla mia nuova casa in Contrà Mulin al Cao de là a Brendola. Era la casa di Emma Menon, tuttora viva e centenaria in questo 2016. La casa venne costruita nel 1922 e lo scrisse il padre di Emma firmandosi a mosaico nel gradino di entrata. È in pietra di Brendola, della priara alle Grotte, come il decorato camino.In marmo rosa di Asiago è il lavello, o seciaro, ampio e angolare; in legno i due solai con le travature e le due scale che portano a due camerette e a un granaio, o granaro, un tempo comunicanti con la casa più antica, sempre Menon, della quale questa è lo sviluppo generazionale. La caruba, o carruba, o ancora carobola, è una pianta selvatica e spontanea che dà il caratteristico frutto piatto, un grande bacello coriaceo contenente un dolciastro succo che piace agli asini, ma anche ai bambini poveri. Come eravamo noi tutti che al ritorno da messa, in inverno, ce ne nutrivamo per gola e curiosità, rubandole dalle abbandonate piante di carrubo in zona, lungo la strada dei Sassi Mori, presso la villa Girotto. Altre carube ce le portava poila Befana nella calza del 6 gennaio, grosse, profumate e dolci che, ci raccontava la Befana stessa, arrivavano dalla Sicilia. Il seme delle carube è scuro e talmente duro che veniva usato per fare i rosari liturgici.

Casa Architettura RUrale BErica sarà un piccolo ma inamovibile e vigile luogo dove vorrei raccogliere quanto è possibile in fatto di documentazione fotografica, grafica, cinematografica e in registrazione orale e scritta sulla vita delle case rurali e di coloro che le costruirono, le vissero e le descrissero, meno di quelli che da fuori vennero solo a stupirsene, o a fare le cartoline e i calendari, o i pittori della domenica. Non un museo materiale della civiltà contadina, necessario e già presente ovunque, ma un museo dei documenti sulla civiltà contadina berica a partire dai miei disegni e fotografie (diecimila scatti degli anni Settanta), e poi fotografie e diapositive di Elisabetta Lovato (ventimila scatti dal 1980 al 2000), le registrazioni audio e video degli ultimi quarant’anni, foto d’archivio (riprodotte e catalogate) delle diverse famiglie dell’area, dei mappali e foto aeree di uso pubblico e privato. Immagini, voci e visioni grafiche di un piccolo ed esemplare territorio: il Cao de là. Nei materiali di “Carube” è compreso l’archivio Morsolin. Si tratta del 25 per cento dei documenti che possedeva il più grande storico vicentino della seconda metà dell’Ottocento, l’abate Bernardo Morsolin, nato a Gambugliano e morto a Vicenza, che per primo, o quasi, condusse la storiografia italiana su basi scientifiche e documentaristiche, insegnando a tutta l’Italia, finalmente unita, il rigore e la fondatezza dello scrivere di Storia. Il Morsolin scrisse un ancora insuperato libro proprio su Brendola. La metà dell’archivio Morsolin è a Vicenza alla Biblioteca Bertoliana, una parte a Venezia alla Biblioteca Marciana e il rimanente a Brendola nella mia “Carube” a disposizione di pochi per la gioia e il sapere di molti. Lo comprai a Venezia nel 2002 dalla vedova dell’ultimo pronipote Morsolin che abitava vicino alla mia bottega Mondonovo Maschere a Santa Margherita. Contiene millequattrocento lettere e documenti dei migliori intellettuali vicentini dell’Ottocento, da Zanella a Lampertico, da Lioy a Fogazzaro, da Valentinelli a Tommaseo, al vescovo Farina, ora santo! Sono inclusi titoli, onorificenze e diplomi del Morsolin stesso: tutto questo inchiostro di penna e pennino è inedito! Non tratta direttamente della cultura rurale che ancora non interessava la letteratura e la storiografia, ma in controluce si parla di agricoltura, vino, frutta e cibo del nostro territorio, che almeno loro mangiavano in abbondanza! E il contadino produceva in proprio o sui terreni della nobiltà alla quale il Morsolin dedicò il suo testo illustrato Brendola, ricordi storici nel 1879.

Dell’importante industria serica che ha caratterizzato, dal 1500, il paesaggio vicentino con i gelsi, o morari, fornendo il primo guadagno stagionale al contadino, saranno esposti 2533 bottoni in seta. È un importante campionario approntato per la partecipazione veneta a Roma all’Esposizione internazionale del 1911. Create da una ditta di Malo, forse i Corielli, le cinquanta piccole scatole apribili come un libro contengono, ordinatamente disposti, i rotondi bottoni filati in seta intrecciata, tutti di colore e forma diversa con numerazione e prezzi. Sembra una collezione meravigliosa di insetti rari! Contrà Mulin è la più bassa compagine architettonico- abitativa all’interno della perfetta cavea, quasi circolare, che i colli formano a Brendola. Essendo il punto più in basso raccoglie tutta l’acqua di quel versante e la Fonte di Monte dava, e dà ancora, perpetua soddisfazione alla sete umana e animale e alle piante dell’area. Inoltre, da epoca antica, faceva girare la ruota di un mulino che ha dato il nome all’abitato che fortunatamente non ha subito lo stravolgimento toponomastico degli anni Settanta. Non per sensibilità quanto per dimenticanza, rimane dunque oggi tra gli ultimi numeri di via San Valentino. L’ultimo mulino venne fabbricato nei primi del Novecento e tuttora esiste nella casa Leonardo Lovato, poi Gugliemo e poi Antonio ora Mirco Balbo, casa che affianca il fossato, o scaranto, che nasce sopra i Nogara e si rigenera con la Fonte di Monte. Fossato che anche nelle siccità prosegue verso la Degora benedettina per immettersi nel Fiumicello ai Pontesei, che finirà nel Guà e poi nell’Adige e, infine, nell’Adriatico. Nel 1963 la Contrà Mulin decise di canalizzare l’acqua della Fonte di Monte, dove una sorgiva spontanea forniva innumerevoli secchi di rame portati a collo dalle donne per avere l’acqua potabile, le mucche si abbeveravano nell’apposito enorme alveo, o albio, costruito accanto al lavatoio, o lavandaro, al centro della contrada ancora esistente. Si costruì una vasca in cemento con due aperture, una in alto nel caso si riempisse troppo e una in basso che continua a sgorgare, e naturalmente si posero le tubature che portarono l’acqua corrente in casa e nelle stalle dalle mucche. I lavori vennero fatti in comune accordo e spesa dai contradaioli del Mulin. Un vero lusso,il telefono arrivò nel 1985. A causa dell’impossibilità di controllare la salubrità dell’acqua, troppo superficiale alla sorgente, e quindi contaminabile dall’uso in agricoltura di anticrittogamici nonché di detersivi e altri veleni, ci si collegò alla più controllata, ma pagata, acqua comunale nel 1983. La conformazione della Contrà Mulin è caratterizzata da dislivelli di terreno e dai passaggi d’acqua, un tempo mirabilmente intersecati tra mura a secco, ponticelli, rive basse e alti muri, il tutto ombreggiato da morari, da pioppi, o albare, da salici, viti, prugni e amolari, e il tutto diviso tra più proprietà private, promiscue e pubbliche. In poco spazio nove unità familiari difendevano e offrivano le corti, le mura, le strade, i ponti e il sacro uso dell’acqua. La memoria e qualche traccia di fondamenta del primo mulino si trovano a metà del fossato tra la Contrà Mulin e la Fonte di Monte. Lì il fosso ha una cascatella di pochi metri necessaria a dare spinta all’acqua in caduta e a muovere la ruota. Un enorme moraro ne ostruiva il passaggio perché cresciuto addosso al fosso. Venne chiamato il boscaiolo Baldini che lo sradicò; come voleva la prassi, il legno tutto era di Leonardo Lovato, proprietario, ma le radici erano di diritto del valente Baldini, a compensa della ardua e sapiente fatica. Come ancora racconta Renzo Lovato.

La “Carube” ha una biblioteca di opere legate al territorio vicentino e veneto composta di circa trecento volumi. La casa è servita da luce elettrica, acqua potabile, un bagno con acqua calda, un camino funzionante a legna, ha tre posti letto e una piccola ma disponibile comunità di parenti e vicini che permettono brevi permanenze a uso di studio o di qualsivoglia attività espressiva che catturi il genius loci o quantomeno il semplice vivere al Cao de là in Brendola. I prodotti della terra, dalle uova al vino, dalla verdura al latte, li si trova ancora alla porta accanto. E c’è un cortile per parlare e far giocare i bambini. All’interno, accanto al seciaro ho allestito una installazione di duecento vasi in terracotta, raccolti nei miei viaggi per il mondo,
sotto il tema “portare l’acqua… al Mulin”. A fianco, attorno al camino, attrezzi e “figure” sull’altro tema “scherzare col fuoco”. Acqua e fuoco addomesticati all’interno, e terra e aria fuori dalla porta, nel piccolo giardino dove i fiori di Emma e le nuove viti colorano e profumano, nutrono e danno ombra all’ospite. Nel 2013, sul muro di proprietà di Renzo Lovato in Contrà Mulin ho apposto, stampati su ceramica permanente, venti dei miei disegni tratti dal libro Sulle case, ingranditi e incorniciati in sei metri quadrati. Ho chiamato l’opera Libro all’aperto. Renzo Lovato e l’associazione San Valentino hanno applicato le piastrelle alla parete e organizzato l’evento che avvenne sabato 6 luglio 2013. Campagna amica con Domenico Bisognin e Giorgio Acco hanno portato cibo e vivande. È stata una bella occasione per parlare di case, territorio e storia locale. Il medesimo sindaco e l’assessore, non invitati ufficialmente, ma generosamente accolti e omaggiati del libro, compaiono pure sulla cartolina commemorativa e presero pure la parola… Interpellati, ora gli manca! Solo se manovrato dal Municipio qualcosa può succedere, ma di piccolo interesse di pochi e propaganda politica meschina. Aprendo lo sguardo da tanta miseria rimane un mondo da scoprire, partendo anche da “Carube”, verso un sapere e un affinamento alla sensibilità estetica, sociale, culturale e alimentare che insegni a vivere meglio.

Architettura-Rurale-Berica

Il libro Sulle case, edito ormai da quattro anni, non ha avuto a Brendola una presentazione ufficiale, il sindaco Renato Ceron e l’assessore Barbara Tamiozzo non ne hanno inteso l’importanza, e a fronte di quattro volumi da acquistare (o per qualche altro motivo), non hanno ritenuto di concedermi uno spazio pubblico per organizzare una serata. Nel 2014 dopo aver regalato due copie alla biblioteca di Brendola, due all’ospizio degli anziani e una copia a tutti i contradaioli, ricevetti una formale lettera per presentare il libro alla biblioteca, ma dopo aver fatto osservare che avrei dovuto e voluto dire quanto il testo conteneva, non ho più avuto risposta. Con alcuni amici del neonato gruppo Brendola Alta, quali sponsor, abbiamo organizzato l’evento l’11 dicembre 2015 in una sala della canonica. Serata per me memorabile, più di cinquanta persone che pure hanno acquistato il non economico volume, e tanti pensieri forti e chiari sul destino della civiltà rurale. Purtroppo demolizioni e stravolgimenti di questo patrimonio architettonico sono all’ordine del giorno: la Contrà Maras’cion, capolavoro del Settecento, la casa di via Postumia e altre costruzioni sono state stravolte e umiliate.

 
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Pubblicato da su 05/08/2016 in Articoli, Eventi, Libri

 

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Una corona di spine per 30 denari

Alla metà dell’Ottocento nei paesi sui Colli Berici vennero costruiti nuovi campanili. Il più massiccio e imponente è quello della Madonna di Monte Berico per opera del Piovene-Bonelli. Il più curioso quello di Perarolo evocante il battistero di Pisa. Ma il più bello, ardito ed elegante è quello della rifatta chiesa arcipretale di Brendola, opera del famoso e raffinato ingegnere Bonelli. Si era sotto la dominazione austriaca, ma il popolo e la parrocchia completarono la parte sovrastante il campanile con una corona merlata ripresa dal Palazzo Ducale di Venezia. Palazzo che, in quel momento era sottoposto a uno straordinario, e a tutt’oggi esemplare, restauro. L’evocazione della Serenissima era una bandiera, alta e libera, contro l’invasore.

Ora, non si sa con quale permesso, otto enormi parassiti in plastica, e vistosi cavi e tralicci, stanno aggrappati ai merli esternamente. Staranno lì per sempre, utili ai nostri cellulari e computer. Certo qualcuno ha pagato per usare un’opera d’arte pubblica a supporto di un servizio privato.

Che umiliazione e che affronto per tutti, sia per i costruttori del capolavoro di 166 anni fa, ma anche per noi che, salendo con lo sguardo, non arriviamo meravigliosamente al cielo, come indicavano i merli, sfumando la massa architettonica, ma ci blocchiamo di fronte alla miseria attuale.
Una corona di spine… per 30 denari.

Guerrino Lovato

Chiesa arcipretale di Brendola. Campanile deturpato dalla tecnologia.

 
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Pubblicato da su 08/06/2016 in Articoli

 

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Invito alla conferenza inedita: La Pala di San Michele Arcangelo di Girolamo Dal Toso

Perchè Gesù è nudo?
Perchè San Michele ha una spada turca?
Perchè il diavolo ha i seni?
Perchè Sant’Andrea è scalzo e ha la croce diritta?
Perchè il tappeto è orientale?
Perchè non l’avete mai chiesto?
Venite alla conferenza di Guerrino Lovato e avrete tutte le risposte!

San-Michele-Girolamo-Dal-Toso
La Pala di San Michele Arcangelo di Girolamo Dal Toso (1528) della chiesa parocchiale di Brendola.
Conferenza inedita, con immagini di Guerrino Lovato. 
Venerdì 27 maggio 2016 alle ore 20.00 nella sala parocchiale a fianco della canonica.

 
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Pubblicato da su 07/03/2016 in Conferenze, Eventi, Invito

 

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