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Il patriarca Noè medita sul lavoro degli uomini

Il sottarco dei mestieri, a San Marco, capolavoro della scultura romanica a Venezia.

Il patriarca Noè medita sul lavoro degli uomini. La famiglia di Noè, sotto la sua direzione e volontà voluta da Dio, prima lavora alla costruzione dell’Arca della Salvezza, simbolo del popolo eletto giusto e laborioso, e qui a Venezia, alla costruzione della città stessa, salvata e protetta dalle acque. Noè in palazzo Ducale e in San Marco è la figura vetero testamentaria più riprodotta e omaggiata, anche nel colossale formato della scultura dell’ebbrezza. Poi nel nartece di San Marco ha una delle più ampie storie mosaicate dove il suo possente nudo viene rappresentato per ben due volte, citando Ercole in riposo, stanco dalle fatiche e ubriaco, splendida figura prestata dalla cultura classica. Ancora nell’arco superiore esterno viene scolpita la scandalosa ma eloquente ebbrezza. I vecchi, i saggi, i padri non possono essere derisi nelle loro puerili debolezze, pena la condanna alla servitù. Riposa dalle fatiche del costruire con ingegno, metodo e mestiere, come anche l’invenzione dell’agricoltura. Noè che morirà a 950 anni è seduto nel trono intagliato che gli è dovuto, si appoggia e trattiene le utili stampelle. Il copricapo a zucca orientale lo colloca tra i primi profeti, ha lunghi capelli e barba ricciuta, una ampia veste e manto a larghe pieghe che non nasconde il nutrito ventre di Patriarca matriarcale. Medita col dito della mano destra nella bocca a segno del silenzio come stupore e rispetto, nella posa del meditativo e creativo malinconico. Sopra la sua testa si apre l’arcobaleno della conciliazione tramite l’attività umana, il lavoro come nobile percorso della vita che rende agli uomini nutrimento e libertà repubblicana, tutto sotto l’agnello di Dio, vertice e bussola di ogni attività. Per Venezia, l’Arca salvifica era sia la città sulle acque che la chiesa stessa, di San Marco, quintessenza del sapere dello Stato Ducale. Ecco perché i mestieri rappresentati con tanta vivacità e aneddotica escludono le attività suntuarie, del lusso e del piacere, che Venezia certamente produceva, ma come nella Prima repubblica romana, i valori comuni erano virtuosi se utili alle indispensabili attività, dalla pesca alla cantieristica, dalla muratura alla nutrizione. Noè osserva, esausto ma ancora creativo, il frutto della sua gente laboriosa e associativa. È il Doge vecchio e giudice, e la controfigura dell’artista anziano che come Dio si compiace della sua creazione. Per gli antichi l’Arte era tutto ciò.

Maestro Guerrino Lovato.

 
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Pubblicato da su 11/05/2021 in Video

 

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Annunciazione di ringhiera

Questa feriale Annunciazione degli anni Trenta, anonima finora, è ambientata in una casa di ringhiera con l’intonaco già sbrecciato. Maria cucisce e umilmente abbassa la testa, ma saluta con la destra, ha i capelli alla sobria moda del periodo, in un lungo vestito azzurro operaio, si era messa sulla terrazza al primo sole del 25 marzo del 1933. Gabriele, quasi una vittoria dell’epoca fascista scolpita da Martini, procede scalzo con un puro, profumato giglio. Le sottili porte e finestre indicano che lui non è passato di là, ma arriva dalle scale… condominiali del cielo. Due pigre piante sempreverdi e in lenta crescita stanno in primo piano. Ma sul davanzale della verticale finestra, chiusa ma con le ante aperte, è posto al pallido sole un panno giallo di luce divina e un giacinto bianco in un vaso, sopra un piatto chiaro a trattenere l’acqua. Bianca è la tenda scostata, il panno tra le mani di Maria, il giacinto e tutto l’arcangelo e il suo lungo fiore. Il bianco è la Fede e la Castità. Il pittore ha reso il modesto e popolare evento divino in un pedissequo tessuto pittorico dove elenca ogni barra di ferro, ogni travetto e ogni dentello del tetto. La macchia sul muro, tra Gabriele e Maria è come la terra che nutre il fiore, come il grembo che partorirà.

Il dipinto, con la sua cornice, l’ho comprato a Pissignano dall’amico Cristian, per 60 euro. Non è in vendita ma in veduta… in tempi di Covid.

Maestro Guerrino Lovato

 
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Pubblicato da su 01/03/2021 in Video

 

La disumanizzazione dell’umanesimo

L’Arte e la sua storia sono frutto del pensiero umanistico che dal 1400 si abbassa a rilevare il lavoro dell’artista, ancora artigiano meccanico all’epoca, non ARTISTA come oggi, dopo il Rinascimento e il Romanticismo. La scienza nuova che dall’illuminismo distingue e cerca l’uomo artista e le sue opere e ne crea teorie, metodi e sistemi che interessano i collezionisti, gli amatori, gli archeologi e i biografi delle vite degli Artisti, che, diventate dopo il Vasari materia di interesse metafisico e spirituale, sono ora come le vite dei Santi. Le Accademie di Belle Arti sono il luogo della ricerca storica ma soprattutto della produzione dell’Arte. A metà del ‘900 si sono scisse le due facce dell’Umanesimo artistico: da una parte la produzione e la creazione di nuova arte e dall’altra, tramite le Lettere con Filologia, studi classici, Paleografie e sistemi di scrittura, di divulgazione e di codici per addetti, la ricerca dentro L’Università delle Lettere si è isolata nella propria quasi sterile autoreferenzialità. Il giovane studente al quale brillano gli occhi di fronte a Tiziano, El Greco o Tiepolo, perché mosso dal desiderio di capire e carpire tanta bellezza, si infila nel tunnel asettico e metodista degli studi dell’arte. Alla fine, dopo il lungo e continuato e compromissorio rapporto con docenti, assistenti, ricercatori, dottorati e pubblicazioni e presenzialismi, quasi sempre gratuiti, arriva finalmente a 50 anni ad avere il suo ruolo e il suo titolo. Titolo e pulpito che innanzi tutto gli servono per sottomettere, a livello di nonnismo da caserma, i suoi simili che entrano entusiasti nel tunnel degli Studi Umanistici dell’Arte -che è la più UMANA tra le attività dell’uomo- per uscirne come lui stesso è arrivato, demotivato, senza entusiasmo e solo a caccia di salire ancora un po’ di più nel potere all’interno delle Università stesse, a qualsiasi costo! Lo Stato italiano finanzia tutto questo e continua a creare filtri sempre più stretti per scremare la grande massa che produce questa branca del Sapere Umanistico. Cosa rimanga di Umano nel professionista statale della materia dell’arte è sotto gli occhi di tutti, o sei dentro o sei fuori, o sai porre gli accenti apicali e i corsivi nippotirolesi o non sarai mai considerato!

Il mio caso non vuole essere esemplare ma un esempio sì. Ho scoperto dal buio del MIBACT a Bettona un importante Tabernacolo di El Greco, esposto poi in una mostra curata da Puppi, con la mia scheda, e sul quale è stato poi organizzato un Convegno internazionale, sempre a Bettona, con 22 studiosi. Puppi, per dichiarata gelosia, mi ha escluso, non avevo i Titoli e i Ruoli necessari, per quanto sia Maestro d’arte, diplomato ottimamente all’Accademia di Belle Arti di Venezia, e da sempre studioso con, al proprio attivo conferenze, pubblicazioni e riconoscimenti. Ora sono usciti gli Atti del Convegno, nei ringraziamenti, nelle lunghe e prolisse frasi di riconoscimento di e merito da parte di tutti, non vengo mai citato! Lo sono solo in alcune grigie noticine all’esterno dei saggi dialcuni convenuti. Al Convegno, non potendo esserci, Puppi era pure appena morto, viene distribuito il mio contributo -il saggio su di un argomento laterale lo avevo già consegnato con gli accenti apicali corretti- contributo contenuto in un libro di 80 pagine che tutti hanno avuto, poi usato nei due anni di preparazione degli Atti, mai citato dagli autori, ma da essi richiesto. È possibile in una democrazia, che si vorrebbe anche culturale, derivante da quell’Umanesimo di cui parlavamo, che succeda tutto questo? Con il finanziamento del Ministero della Cultura pubblico? Il mancato riconoscimento di una scoperta, e ne sono già seguite altre sempre relative a El Greco e i suoi tabernacoli, che io da solo ho reso pubblica e difesa con evidenti ottimi risultati?

Un Comitato EL GRECO di studiosi e sensibili all’Arte, formatosi già nel 2015 a Bettona, sta cercando Giustizia, io pure, anche UMANA se possibile!

Maestro Guerrino Lovato

 
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Pubblicato da su 24/02/2021 in Video

 

Il Giuda Taddeo di Pietro della Vecchia, sec. XVII,Venezia

L’impresario turco di Macedonia Sukret Mehemed che lavora a Venezia, ha salvato una vecchia tela sporca e rotta da un deposito di materiali da smaltire. Sapeva che sapevo di cose vecchie dell’arte e mi ha portato questo potente ritratto da restaurare. Francesco Grimaldi, restauratore professionista lo ha pulito, reintelato, stuccato e leggermente integrato. È un mezzo busto di Santo, che se non fosse per l’aureola e il noto attributo del bastone col quale fu ucciso dagli “infedeli”, potrebbe sembrare un Ercole con la clava o Giove in persona!

La tela, dipinta a olio. misura centimetri 50 per 70 e si capisce che fu tagliata grossolanamente ai bordi, conserva una vecchia tela della stessa misura sul retro, ma staccata. Le serie dei 12 Apostoli interi o a mezzo busto hanno origini rinascimentali, specialmente in incisioni nordiche, come xilografie, incisioni e dipinti. Ma è nel primo Seicento che si forma una vera e propria categoria di opere allineate nel formato con la serie completa degli Apostoli, riconoscibili tutti da un attributo riconducibile al loro martirio, eccezione per San Tommaso che spesso esibisce solo il dito indice col quale volle toccare per verificare la ferita di Cristo, e venne per questo rimproverato.

El Greco, Rubens, Van Dick e più tardi Piazzetta, Tiepolo e altri pittori, crearono serie complete dei 12 Apostoli dipinti su tela che spesso vennero incise ed ebbero grande fortuna.

Pietro della Vecchia nasce a Venezia nel 1603 e vi muore l’8 settembre 1678. Fu un pittore molto prolifico e davvero barocca, come il periodo che visse, fu la sua produzione. Grande pittore e inventore ma specialmente imitatore e riproduttore di opere altrui, specialmente Giorgione e Tiziano, dei quali non copia per riprodurre ma prosegue la loro produzione continuando, un secolo dopo, a inventare opere nei loro stili, confondendo i mercanti e i collezionisti a tutt’oggi. Questo atteggiamento di negare temporalità all’opera, liberandola dalla datazione e dallo stile personalissimo dei geni del Rinascimento, rimette in circuito l’eterno presente dell’Arte, che è stupore e meraviglia, che è vera e falsa, che è materia e pigmenti che fanno sognare gli uomini, ingannando i loro occhi. Disegnò e colorò i cartoni per i mosaici di San Marco realizzati sia in facciata che all’interno della Basilica Ducale, cartoni ora conservati a sant’Alvise, innumerevoli pale d’altare, ritratti e soggetti curiosi e stravaganti. Dipinse indovini, streghe, maghi e chiromanti, lanzichenecchi e soldataglie fuori epoca e moda, “autoritratti” di Giorgione e Tiziano e colossali testoni di mostruosi individui da incubi notturni. Il Giuda Taddeo di Sukret Mehemed, attribuzione che mi sento di assegnargli per i soli caratteri stilistici inconfondibili, dipinto intorno il 1650, purtroppo non abbiamo né firma né data. È un potente e rassicurante ritratto di un uomo con ampia capigliatura scura che gli fa corona e che poi si scioglie sulle spalle, ricordando una moda ebraica vista chissà dove. Ma la barba è grigia, morirà vecchio, ha grandi occhi sinceri e diretti allo spettatore, è ammantato di giallo, colore dell’ebreo, e il manto è tagliato nei bordi a piccoli e raffinati lobi. La mano, con dita pienotte tipiche del Della Vecchia, quasi una firma, esce da una manica blu e gialla e regge il nodoso bastone, simbolo del suo martirio. Una lunare aureola crea una luce che sembra riverberarsi nelle pieghe del manto ma specialmente sul viso, illuminando gli occhi, le rughe della fronte il naso e le labbra umide; il Santo è già nel Paradiso dunque e mostra vittorioso lo strumento che non lo uccise.

Venezia,18 Febbraio 2021

Maestro Guerrino Lovato

 
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Pubblicato da su 22/02/2021 in Video

 

Nereidi, Putti e ornati

Venti anni fa, gennaio 2001, fotografia di Elisabetta Lovato. Guerrino al lavoro nella sua bottega Mondonovo Maschere.

I modelli eseguiti in creta della Nereide, del Putto e degli ornati erano richiesti per il concorso all’appalto del rifacimento degli ornati e delle sculture della nuova Cavea del Teatro. L’esposizione dei vari modelli delle molte imprese vennero esposti ai Magazzini del sale a Venezia per i confronti. Appalto che poi ho vinto. La Nereide che sto modellando, e lo si vede nelle foto appese, era stata inventata da alcune figure di Canova, specialmente la Ebe ora a Forlì, ma le braccia aperte erano un invenzione del Medusa, del 1840. Per questo gesto e per l’acconciatura ho chiesto a Francesco Melegatti delle foto di sua madre, la grande ballerina Carla Fracci, e una foto la si può distinguere appesa. La Nereide definitiva non assomiglierò a questa, sarà più dinamica e slanciata e dunque l’ho rifatta l’anno dopo. Dalla scultura in creta, si ricava un negativo di gomma dal quale poi si produce il gesso, materiale che andava in opera ossia nel Teatro, come il Putto già pronto che si vede dietro e che pure lui sarà rifatto più robusto, per il Palco reale. Nereidi e Putti sono gli unici elementi in gesso di tutto l’apparato decorativo, il resto è cartapesta al 70 per cento e legno intagliato e scolpito il resto. Questi materiali erano necessari per la corretta acustica, per quanto infiammabili. Un saluto dunque alla grande Carla Fracci che con i suoi perfetti e sublimi gesti ha ispirato le 22 ballerine aeree della Nuova Fenice.

Maestro Guerrino Lovato, febbraio 2021.

 
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Pubblicato da su 22/02/2021 in Video

 

Il peso della Terra

Miniatura dal Breviario Grimani, circa 1530, maestri fiamminghi. La critica trova senza invenzione questa impacciata rappresentazione di San Cristoforo, peraltro rara, in quanto normalmente ha il piccolo Gesù sopra le spalle mentre lo traghetta all’altra riva. Invece va intesa la faticosa azione del colossale cananeo, che sta per sollevare con fatica il piccolo, e non si spiega perché pesi così tanto! Il bimbo gli ha passato la manina dietro il collo per poi sedersi sulla spalla, lui per rispetto lo carica con la mano coperta, ma non si spiega la fatica. Attraversato il fiume il bimbo Gesù gli dirà che era tanto pesante perché lui pesa come la Terra che lui ha creato! E così gli rivela di essere un Dio. Visivamente il pittore ha risolto puntualmente la metafora, ponendo dietro il bimbo e sulle spalle di Cristoforo una enorme roccia alberata, la Terra stessa.

Maestro Guerrino Lovato

 
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Pubblicato da su 02/02/2021 in Video

 

Nel Breviario Grimani

Tre miniaturisti dipinsero le istoriate pagine del Breviario Grimani intorno al 1530, sono 110 miniature nel formato che oggi diremmo A4. Erano tutti pittori fiamminghi di Bruges e forse uno borgognone. I soggetti sono i mesi dell’anno con i segni zodiacali, i fatti dell’antico e del nuovo Testamento messi a confronto su tematiche profetiche e confermative, le immagini dei Santi e i loro martìri. Ogni scena ha un’ampia cornice con delle nature morte di corolle di fiori, insetti e animali, tutti ordinatamente disposti sul foglio. Tranne una pagina, la 100 dove una reale libellula si posa sul bordo in basso, verso delle corolle di viole, la sua presenza è talmente tattile e ingombrante che d’istinto verrebbe di cacciarla, le sue ali sono persino sopra alle parole e oltre il chiuso orto sempre rispettato dai vari pittori in tutte le pagine.

È quello che in arte si dice la “mosca picta”, ossia un inganno visivo, dove un insetto comune e probabile, invade lo spazio dipinto, e allo spettatore viene spontaneo di allontanarlo, un trompe l’oeil. Una mosca infatti, e una piccola farfalla sono presenti in alto, ambedue come reali ma non così disturbanti perché incluse nel variopinto erbario. In questa cornice di fiori e insetti si infila un bicchierino di vetro verde dove una viola bianca e una viola color violetto continuano a vivere e a sbocciare nutrendosi dell’acqua che il pittore ha rilevato anche dal riflesso di luce nell’ombra riportato sulla parete. Si capisce che questo bicchierino poggia sull’angolo del tavolino dove il pittore tiene vive le sue viole bianche e viola, in diverse fasi della loro fioritura e crescita. Il testo è dedicato, come l’immagine, alla festa di San Luca evangelista e pittore e patrono di questa arte dell’inganno. Infatti il nostro è intento al cavalletto a dipingere Maria e Gesù, la nota icona detta appunto di San Luca, vicino a lui il suo toro attributo e segno di terra. Il pittore è a domicilio da Maria che, scesa dal grande letto azzurro come la sua veste, sta in posa fuori dall’inquadratura che vediamo, in piedi col piccolo Gesù in braccio. Dunque il pittore non è nel suo studio ma nella casa di Nazareth, in pieno giorno, con il camino e la candela spenti. Il letto è in ordine a simboleggiare la verginità di Maria, come il bianco cuscino sottolinea. Due grottesche diaboliche ma vinte e sottomesse reggono la cappa del camino. Vecchio è il diligente maestro che qui si autoritrae con l’aureola. Verdi cuscini e coperte coprono grandi panche, tutto dice della speranza di resurrezione dopo la morte. Il capolettera è formato da una bianca foglia d’acanto uscente e aggrappata a due rami secchi, dalla punta di uno di questi è nata una rossa fragola, la morte e la vita ancora evocate come i fiori vivi nel vaso, e gli altri sparsi nel foglio in attesa di appassire. Al nostro occhio di spettatore però ciò che attrae è la libellula, le ali sono quasi senza ombra ma il corpo invece ne lascia la traccia, come tutti gli elementi qui dipinti. Questo reale insetto sovrapposto a tutto quanto era già finito nella pagina miniata, è la firma simbolica del pittore che indica il suo virtuosismo, come il noto episodio antico di Zeusi e Parrasio, e se il pesante corpo ha la sua ombra le leggere ali dell’anima voleranno libere e pure in cielo. Le farfalle e gli insetti volanti erano detti in greco PSICHE, la mente, il pensiero puro, l’anima per i cristiani. Il pittore ci dice che l’illusione perfetta dell’immagine è frutto non del suo corpo ma della sua mente la sua arte è frutto del pensiero non della fatica fisica. Il cardinale Domenico Grimani, tutto questo lo sapeva e lo voleva. Il prezioso libro è oggi conservato alla Biblioteca Marciana a Venezia e in questi giorni ne sfoglio una preziosa copia anastatica, prestito dell’amico umanista Giangi Vio.

Maestro Guerrino Lovato.

 
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Pubblicato da su 02/02/2021 in Video

 

L’errore

Prospero Fontana. Bologna 1512-1597. Sacra Famiglia con San Giovannino.

Questo ultimo che tiene la crocetta di canne, ha mostrato al Santo cugino di sei mesi più piccolo, ma che sa tutto persino a leggere, il suo cartiglio sul quale ha appena scritto il suo verbo che è anche voce: ECCO L’AGNELLO DI DIO… L’ha scritto in latino, come pure tu puoi leggere! Giovannino lo guarda timoroso in attesa della risposta, Gesù ha già visto l’errore e non sa come dirglielo, dispiaciuto di doverlo correggere… Maria capisce il piccolo equivoco e controlla cercando di mediare, al suo solito. Giuseppe si allontana, va al lavoro e ci saluta…

Ma TU l’hai visto l’errore?

Buone e digeribili feste!

Maestro Guerrino

 
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Pubblicato da su 21/12/2020 in Video

 

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El Greco – Il tabernacolo del 1570 a Castignano. Di Guerrino Lovato

Una straordinaria scoperta è avvenuta nell’ambito della pittura di Domínikos Theotokópoulos -El Greco- referente al suo problematico quanto indagato periodo italiano dal 1567 al 1576, periodo nel quale il pittore greco della Candia veneziana, nato nel 1541, lavora tra Venezia e Roma per poi andare definitivamente a Toledo dove morirà nel 1614.
Un tabernacolo stupefacente è emerso dalle collezioni della preziosa e amata Pinacoteca di Don Vincenzo Catani che solo qualche anno fa lo aveva restaurato e pubblicamente esposto. L’opera fa parte della serie numerosa di tabernacoli veneto-cretesi identificati e sottoposti allo studio dopo il primo caso del 2014 a Bettona.
Il tabernacolo di Bettona ha ora il suo doppio che ancora più esplicitamente rivela il genio di El Greco. Avevamo capito, da quello notevole e forse autografo di Montefalco, conservato nella chiesa di S. Maria Maddalena, che due Evangelisti, ivi raffigurati, erano tratti dallo stesso disegno di quelli di Bettona, ma trovarli ora a Castignano, tutti e quattro insieme, quasi nello stesso ordine, Matteo qui anticipa Marco, con questa qualità pittorica più evoluta e più “facile”, è una consolante sorpresa per chi aveva sempre creduto nell’autenticità di quello di Bettona.
Esaminiamo il tabernacolo di Castignano, che misura in altezza cm.48,5 e in larghezza cm.56,5.
La portella è un vero capolavoro, Padreterno compreso. A cominciare dal Mosé che, “scolpito” nel sarcofago fatto con due soli colori e uno sfumato per imitare la grisaille, mostra un saggio di abilità, fretta, nervosismo e sprezzatura che non ha eguali intorno al 1570. E’un assoluto tecnico, non è disegno, non è propriamente pittura, è una “elgrechità” e basta! Quel naso semita e quella barba sono il riassunto più concentrato che un’immagine possa avere.
Il corpo possente e morto di Cristo con l’anatomia perfetta, come la piega dell’ombelico e l’ombra esatta del naso, dell’occhio e dei baffi, sono tocchi magistrali e notevoli!
I due Angeli dai capelli corti, molto scultura veneta tipo Vittoria e Campagna, con i gesti forti e sicuri, sono commoventi e quello a destra così pensoso e inconsolabile, con la veste tormentata e le ali gocciolanti di colore e di lacrime, è indimenticabile e nuovo: non comprende e disprezza la morte di un Giusto. L’altro angelo invece osserva da vicino l’inerte cadavere del Dio Uomo e sorregge la mano destra di Cristo, forse consapevole della prossima Resurrezione, come anche indicherebbe la sua bianca ala indicante il Paradiso. L’ala bianca, ora trasparente, si è consunta ed è stata assorbita dal legno della croce; qui nessuna metafora, ma solo l’azione dei pigmenti nei 450 anni di vita materiale. La torsione del corpo di Cristo, che permette al pittore un forte chiaroscuro scultoreo, e la mano pendente è un’evocazione della scultura dell’amato e odiato Michelangelo.
L’autoritario Eterno Padre, calvo e corrucciato, sia per la morte del Figlio che per la titubanza di Mosé, è un tipo preso dal Tintoretto a San Rocco e dall’Assunta di Tiziano ai Frari, è risolto con fulminea pennellata e intenso colore! Chi si poteva permettere di guardare dall’alto anche il Padreterno? Tintoretto, El Greco e San Juan de la Crux!
Il san Luca, mancino, è il primo a sinistra, penso a un autoritratto, con quella frangetta rara; ha il naso lungo e aquilino e la bocca socchiusa che sembra aver inumidito da poco il pennello, ha grandi e forti mani e braccia possenti, procede sui sandali con i piedi perfetti e sorride. Vivace il manto rosso con bordura sagomata attraversato dalla stola color zucca.
Il rovinato e calvo san Giovanni, naso grosso e occhietto vispo, ha il pesante volume chiuso, ma la leggera aquila è vigile, splendida la verde manica rimasta!
San Matteo ha un volume enorme e chiuso, con la destra ha un pennello, tizianeggia nell’arguto e stempiato profilo; l’angelo che si gira guarda nella stessa direzione, ha un seno scoperto e intanto gli tiene il calamaio. Notevole è il manto rosso che sul ginocchio mostra un bordo lobato, sopra, la mano è potente!
Marco è tutto monumentale, il più conservato dei quattro, mani nervose e perfette, testa pensosa e viva, notevole l’ombra delle ciglia e la concretezza sanguigna del colore.
Luca e Marco, posti agli estremi del tabernacolo, vivono in uno spazio più stretto rispetto a Giovanni e Matteo: il prezioso tabernacolo dorato e colorato quasi a smalto doveva essere in aggetto sopra l’altare per mostrare bene le 5 facce istoriate.
I cherubini piccoletti, umorali, corrucciati e pensosi, sono minuscoli nello spazio nuvoloso del timpano, il colore perlaceo del cielo, un tempo azzurro di smaltino, doveva farli volare in primo piano come farfalle. Sono dipinti con una rapidità e sicurezza degni del miniaturista El Greco, qui evidente allievo di Giulio Clovio, suo maestro e protettore in Palazzo Farnese a Roma.
Il Tabernacolo di Castignano è esagonale, con cinque lati dipinti e sempre del medesimo disegno ligneo, forse con cupola, come doveva essere quello di Bettona. E’stato restaurato dignitosamente sia nelle parti lignee che nella pittura dove si vede il tratteggio, e l’insieme è di grande impatto e di soddisfazione estetica. Malgrado la prevalenza dell’architettura e degli spazi chiusi delle porte e dei timpani, le figure vivono, camminano fluenti, si torcono dal dolore, volano e ammiccano al fedele.
Quello di Bettona, che procede dallo stesso impianto e con i quattro Evangelisti eguali, è più conservato nella pittura che è più moderata e fine. E’difficile con El Greco dire se lo stile di quello sia coevo a questo o precedente, lui sperimenta, ha fretta e pazienza in base al committente, usa tecniche nuove sui suoi soliti disegni che qui usa tre volte negli Evangelisti.
Pure quello di Montefalco va inserito nella trilogia, ha due degli stessi Evangelisti, cherubini stupendi e un Cristo notevole, stessa architettura.
Speriamo di trovare qualche sigla, data o firma.
Bravi Gianni e Gionni Malizia che sono andati a fotografare l’altarolo di Castignano, essendo da tempo amici del parroco Catani. Recita il dépliant del Museo “Una sorpresa che non ti aspetti”: mai frase è stata più appropriata al nostro ritrovamento. Su tutto dobbiamo ragionare! Intanto mi sembra un sogno questa scoperta!!!
Siamo quindi di fronte alla produzione e parte del reddito della “bottega romana” della quale Domínikos ebbe licenza il 18 Ottobre del 1572 dall’Accademia di San Luca, anche se il nostro era a Roma da quattro anni e forse già produceva dipinti di questo tipo. I tre tabernacoli autografi sono quello di Bettona, di Castignano e di Montefalco, altri tre sono papabili tra Foligno, Todiano e Leonessa, altri sono direttamente riconducibili a lui ma eseguiti in una bottega dove si identifica un “Primo Maestro” e un “Secondo Aiuto”.
I circa trenta tabernacoli identificati hanno quasi la stessa architettura divisibile in almeno tre tipologie diverse con o senza cupola, con o senza colonnine. Tutti in legno, pastiglia a rilievo e punzonatura su pastiglia a rilievo poi dorata con oro zecchino. Tutti dipinti con tempera grassa con lo stile e la tecnica dei maestri veneto-cretesi altresì detti “Madonnari”. Alcuni sono datati dal 1573 al 1577 e oltre, direttamente sul manufatto stesso, a dirci di una bottega che ha proseguito ben oltre la partenza da Roma del Domínikos Theotokópoulos. Questa avvenne verso il 1576 per portarlo in Spagna dove il pittore fisserà anche il suo nome, almeno per i toledani, in El Greco, articolo castigliano e nome italiano.
Questi tabernacoli sono la produzione di una bottega romana che disseminò nello stato pontificio questi piccoli, portatili e leggeri manufatti dorati e istoriati da varie mani, alcuni anche direttamente dal Maestro. Vedere in questi lavori la mano di Lattanzio Bonastri, suo allievo documentato a Roma, è difficile conoscendo solo la sua grande tela senese; qui servivano pittori miniaturisti e docili al Maestro Geniale quanto a una committenza di provincia.
Don Vincenzo Catani ha trovato il documento del 1570 che vede acquistato per mano di Lat(in)o d’Anteo un tabernacolo a Foligno per “fiorini 25 e bolognini trenta sette”, assai caro, per la Confraternita del Sacramento di Castignano, luogo dal quale questo tabernacolo proviene. Non ho dubbi si tratti del nostro e l’interessante data ci fa riflettere che l’altarolo di Modena, che viene tradizionalmente datato a prima del 1570, sia assai prossimo al nostro di Castignano, specialmente nei volti degli angeli e nella scioltezza delle pennellate, prima quindi dell’apertura ufficiale della bottega romana, ossia nel periodo Farnese.
Evidentemente, per aderire alle richieste dei grandi personaggi, ricchi e potenti, che il pittore candiota conobbe presso i Farnese o che Giulio Clovio gli indirizzava, egli talvolta potè infrangere il limite dei piccoli formati e dipingere ritratti a figura intera quali quello di Vincenzo Anastagi e del Cardinale di Lorena, di Giulio de Bravis ecc.

 
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Pubblicato da su 23/11/2020 in Articoli, El Greco, Eventi, Video

 

Cristo battezza una donna

Cristo che battezza una donna! Chi sarà mai?.. Poi ho capito che è la conversione della Maddalena in una rara quanto unica scena! Scultore della fine del Trecento a Venezia, forse un luogo per prostitute convertite. Dorsoduro 3266, Calle della Madonna, vicino a Ca’ Foscari, Campiello degli scuellini.

Frainteso dalla storiografia locale come un tradizionale Battesimo di Cristo, seppur imberbe, si tratta invece di un unicum nell’iconografia cristiana. Cristo paludato con la legge nel rotolo e con l’aureola cruciforme, immerge, premendo con la mano destra, la testa della santa già aureolata, in allusivo fiume aperto. Lei è con le mani giunte nel gesto della Fede, e nuda fino alla cintola. Il viso ricorda molto le sculture dei capitelli del Palazzo Ducale del Trecento. La Maddalena, dalle varie agiografie avrà una clamorosa conversione, trattata dagli artisti in più epoche, da Luca di Leida a Cagnacci, da Veronese a Caravaggio. Qui, lo scultore veneziano, riassume la scelta di fede con un esplicito battesimo direttamente dal più famoso dei battezzati, Cristo in persona. Questa piccola corte fiorita, ancora fortunatamente accessibile, regala una rarissima iconografia.

Maestro Guerrino Lovato

 
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Pubblicato da su 17/07/2020 in Video

 
 
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