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Morfeo fabbricante di maschere nella casa del Sonno.

Racconta Ovidio, nelle insuperabili Metamorfosi che nella casa del Sonno abitassero Hypnos, il Sonno in persona e poi Fantaso, che si trasforma in elementi naturali come la pietra, il legno e l’acqua, e Icelo che si trasforma in animali vari, infine Morfeo intento a costruire le più diverse figure tra le quali le maschere. Morfeo, dice Ovidio è artefice e fingitore di figure, ed è Anniballe Caro a metà del 1500 a dargli questa interessante attività di mascheraio. Infatti l’erudito umanista Anniballe Caro scrive: «Morfeo lo farei in atto di figurare maschere di variati mostacci, ponendone alcune di esse a’ piedi».

Siamo a Caprarola, vicino a Viterbo, dove i Farnese si costruiscono un imponente palazzo come villa pentagonale con cortili e scale meravigliose sul progetto del Vignola, e il programma pittorico è dettagliatamente scritto dal Caro ed eseguito dal 1553 da Taddeo Zuccai, almeno nella famosa Stanza dell’Aurora che precede quella del Sonno. Taddeo Zuccari esegue in parte il tedioso programma del letterato, col suo permesso semplifica, e in un ovale dei quattro agli angoli dell’affresco centrale con l’Aurora, dipinge appunto la casa del Sonno mettendo in primo piano Morfeo. Lo inventa come un Genio alato nudo e ricciuto e giovane come un Eros adolescente e seduto su dei panni colorati e intento a modellare, su di un desco giallo, una nuova maschera che lo fissa negli occhi. Vicino ha un ammasso di creta informe e sopra ben quattro maschere finite, due femminili e una maschile ricca di barba e baffoni, altresì “mostacci”. Morfeo, che non è il Sonno come popolarmente diciamo, dal cui nome deriva sia “Forma” che “S-morfia” e “morfina” è l’artefice dei protagonisti, comici, affettuosi e tragici dei nostri sogni.

L’immagine di un grazioso Eros alato intento a crearci i sogni e gli incubi della vita notturna indica che è sempre il Desiderio, amoroso e non, a materializzarsi nello stato incosciente del dormire. I personaggi indicati dalle nuove maschere e acutamente indicati da Anniballe Caro come attori di un Teatro e dunque bisognosi di maschere e travestimenti, provengono dalla teatralità classica come attori della Tragedia e della Commedia greco romana, della tradizione colta, e non come protagonisti più popolari della nascente Commedia dell’Arte, come Arlecchino, Pantalone, ecc.

Vasari nella Vita di Taddeo Zuccari pubblica per intero il programma del Caro e dunque era noto, almeno letterariamente, il personaggio di Morfeo che fa le maschere. Taddeo Zuccari esegue dall’invenzione scritta e crea l’immagine del Genio che fa le maschere, che finora non mi risulta sia mai stata intesa e valorizzata. In epoca di neo Carnevali, Teatro colto e Mascheramenti vari, filologie e studi sulle origini dell’immaginario teatrale la considero una golosa scoperta.

Dunque a Caprarola abbiamo la prima immagine di un fabbricante di maschere, mestiere che pratico da più di quarant’anni, e so bene quel che significa essere guardati dalla maschera, o volto, o muso, o mostaccione che sotto le tue mani prende “forma”, e so anche cosa significa sentirsi Morfeo e fingitore di figure, specialmente negli occhi isolati di chi la maschera la usa: ci si sente dotati di una onnipotenza di… cartapesta!

A questa mia attività il comune di Malo vicino, in provincia di Vicenza, ha dedicato il Museo  Mondonovo Maschere con circa 500 maschere diverse, aperto ai curiosi e agli studiosi.

Presenterò lo studio inedito di questa singolare scoperta in una conferenza con immagini a Malo, venerdi 2 febbraio alle 20.30 nella Sala consigliare, in occasione del Carnevale 2018.

Venezia, 19 gennaio 2018. Maestro Guerrino Lovato.

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“Hypnos”, scultura di Guerrino Lovato dall’affresco di Taddeo Zuccari del 1560.

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Pubblicato da su 22/01/2018 in Video

 

Guerrino Lovato a Piacenza con “La levatrice incredula”. Un viaggio nella storia dell’arte alla scoperta di un personaggio dimenticato

Quando Bruna Milani mi chiama, io vado sempre, perché so che gli eventi segnalati da lei sono magia. Magica é stata anche la serata organizzata nel salone della Parrocchia di Santa Franca con Guerrino Lovato. Il nome é di peso e,  a conoscerlo, non c’é da stupirsi se é diventato uno dei più grandi artisti italiani apprezzato in tutto il mondo. Scultore, scenografo, storico dell’arte, ma anche artigiano, ricercatore, una carriera lunga oltre 30 anni e intrecciata con il cinema, l’opera, il teatro e con committenze prestigiose.

A Malo, Vicenza, Guerrino ha fondato un museo-laboratorio e le sue restano le maschere più rappresentative di questa tradizione (scelte anche da Kubrick per Eyes Wild Shut). Un personaggio esplosivo, simpatico, diretto, umile come solo i grandi riescono ad essere. Non ci ha messo molto, dunque, a conquistare la platea che nei giorni scorsi lo ha seguito in una serata di cultura divulgativa, di approfondimento coinvolgente, di piacere nel ripercorrere la storia dell’arte intrecciata alla religione.

Il primo natale, il primo miracolo di Cristo, il mistero della levatrice incredula, quella Salomé che volle toccare con mano la verginità di Maria invalidandosi. La leggenda al centro del volume presentato da Lovato narra che la donna, rivoltasi a Maria per avere un aiuto, ritrovò la funzionalità delle sue mani solo dopo aver toccato il bambino Gesù. Un evento narrato dai Vangeli apocrifi, rappresentato a lungo nelle scene della natività, almeno fino al 1600, ma anche una figura trascurata dalla storia dell’arte che raramente si é soffermata su questo personaggio. La ricerca di Lovato ha permesso di individuarlo in almeno 90 dipinti, di cui 80 inediti, evidenziando le diverse sfumature attraverso cui viene raccontato un episodio non secondario, anche se poco conosciuto,  nella storia della religione e dell’arte.

La serata é stata seguita con grande interesse. Una presentazione non accademica, ma anzi, coinvolgente e ironica, con la profondità e l’autorevolezza della ricerca realizzata in modo scientifico, in 30 anni di lavoro e di scrupolosa analisi. Un progetto che Guerrino Lovato sta portando in tutta Italia e che é arrivato anche a Piacenza grazie all’amicizia dell’artista veneto con Bruna Milani, poeta e scrittrice piacentina che ha organizzato la serata alla Parrocchia di Santa Franca occupandosi anche della introduzione

Articolo di Mirella Molinari
 
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Pubblicato da su 29/12/2017 in Video

 

SUL “SALISO” DI MALO I PASSI DEL TEMPO

Un carissimo amico mi ha informata sulla vicenda del “Saliso” di Malo.

Che c’entro io, piacentina, e perché intervengo dalla lontana Emilia? Sento la questione anche mia, perché in Italia troppo spesso riqualificazione diventa squalificazione dei luoghi, degli edifici, dei paesaggi.

L’ho sperimentato anche nella mia città dove l’antichissima pavimentazione di Piazza Cavalli (gli stupendi cavalli del Mochi) è stata sostituita da pietre moderne orrende che hanno subito cambiato colore ed ora ci ritroviamo una piazza arlecchino dove cresce persino il muschio che mai c’era stato. Eppure la Sovrintendenza ha dato ragione al Comune. Sulle antichissime mura che circondano parte di Piacenza è stato messo un tetto in lamiera celeste, anche questo col benestare della Sovrintendenza. Quindi non bastano gli enti preposti, anche noi cittadini dobbiamo vegliare e difendere tutto il bello che abbiamo e i luoghi che amiamo, prestigiosi o poveri, ovunque si trovino. Eppure credo, spero, che alla Sovrintendenza ci siano persone serie e preparate così come credo alla professionalità e alla buona fede della Dott. Arch. Viviana Martini. Il problema è che, a mio parere e per mia esperienza, non basta la preparazione tecnica e storica per intervenire bene su un luogo, ci vuole qualcosa che non si può insegnare, ma solo sperimentare vivendo. I luoghi, siano essi palazzi, viottoli, giardini, piazze, rustici campagnoli, non sono soltanto composti da materiali, forme, storia ufficiale (il tal secolo, il tale stile) ma possiedono anche, e forse soprattutto, componenti immateriali altrettanto importanti: la cosiddetta “anima dei luoghi” formata non solo dall’atmosfera che emanano (triste, gioiosa, misteriosa ecc.) ma data anche dalle impronte invisibili, ma tenaci, dei ricordi di chi ci ha vissuto: le emozioni, le visioni, gli accadimenti. Cambiare pavimentazione ad esempio, vuol dire anche cambiare la percezione tattile del terreno sotto i piedi, sotto le suole, perché i passi hanno un’eco diversa. Certo, all’antico originale spesso nei secoli successivi qualcosa si è aggiunto, ma se questo qualcosa ha un senso, una storia, è entrato nella memoria collettiva, è testimonianza di qualcosa, allora forse potrebbe restare come era forse il caso del Saliso. Per evitare errori e contestazione bisognerebbe interpellare sempre prima la popolazione, quelli non solo del luogo, ma quelli che quel luogo che lo amano. Infatti non ci sono solo forme, volumi e materiali da difendere, ma anche significati profondi, sensibilità sottili, memorie collettive di tradizioni e persone. Ho trovato sublime quanto scritto dalla dott.ssa Anna Cogo. Mi pare un pezzo “da Nobel” per stile, forma e, soprattutto, per i contenuti che sono veramente altri per profondità, logica, originalità delle argomentazioni espresse con la straordinaria capacità di saper tenere “fra le mani” lo scorrere del tempo fra passato e presente. E ancora: la vasta cultura perfettamente metabolizzata e non sfoggio di nozionismi come fanno tanti, troppi. Sono i valori immateriali, ma vivi nella vita di chi ricorda e vuole mantenere qualcosa che si è stratificato fino ad arrivare qui, oggi, e che sentiamo ancora nostro. Quella memoria, spirito dei luoghi, che fa parte anche del nostro spirito e che sa e può accompagnarci ancora adesso ad arricchire di senso questo presente. Non è per sentimentalismo, né per pura nostalgia né per culto di un passato morto da imbalsamare, ma perché proprio per amore del passato e di chi ci ha preceduti, desideriamo che esso ci accompagni ancora fin che si può, salvaguardato e guardato con occhi nuovi sì, ma amorevoli e rispettosi senza tagli troppo netti e senza cancellazioni dolorose.

Provo a immaginare com’era il Saliso e… mi pare di sentire quegli antichi passi risuonare diversi a seconda del selciato, una povera grande musica fatta tacere…

Bruna Milani poetessa giornalista

 
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Pubblicato da su 28/12/2017 in Video

 
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Pubblicato da su 11/12/2017 in Video

 

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Pubblicato da su 11/12/2017 in Video

 

Il Saliso del pianto

Gentile redazione,

sono Guerrino Lovato, che ancora ringrazia la precedente giunta e l’attuale per aver ospitato il suo lavoro in forma di “Museo Mondonovo maschere” in Palazzo Corielli e per il deposito dei 500 calchi nel cantinone di Villa Clementi. La buona notizia è solo la grande lettera “da Nobel” della dottoressa Anna Cogo, Lessico familiare il felice titolo, apparso sulla vostra rivista. Il senso e la prosa non potevano essere più veri, chiari e di urgente sentire che la vorrei esposta, come il dispaccio Diaz, fuori da tutti i comuni d’Italia. Attualmente è incorniciata nel mio studio veneziano e non smetto di divulgarlo!

Grazie Anna che non conosco direttamente, ma lo farò al più presto. Tutto questo per dire che non ho nessun diretto rapporto con i protagonisti di questa tremenda faccenda, se non con Adriano Marchesini che ha sollevato il caso. Nelle mie conferenze sull’Architettura rurale e la sua salvaguardia cito sempre il Comune di Malo per la cura e l’attenzione che ha per il bello rimasto nel paese protagonista della letteratura italiana grazie a Luigi Meneghello.

Ho assistito dall’autobus col quale arrivo a Malo, e poi ho visitato a piedi lo stupefacente restauro dell’attuale albergo Al Sole, esempio di come una sciatta e violata architettura sia divenuta un luogo prezioso e ospitale. Il portico del cantinone Clementi è davvero un caso da brividi! Fosse stato un infelice intervento in una abitazione privata, ma antica, si sarebbe sospettato di intrighi e sottocultura ma qui è un luogo pubblico predisposto alla cultura come una Biblioteca pubblica e a firma di un’architetto che vanta alti studi e nutrito curriculum… di che? Se questo è il risultato! È la bellezza che ci interessa, è il senso del riuso di un luogo atto alla vinificazione che diviene sala estiva di lettura della biblioteca il tema. È questo ultimo uso che si deve sottoporre al preesistente, non il contrario!

In un ricco e sorprendente agglomerato di edifici, dalla colombara alle stalle nonché

al palazzo urbano e agricolo che è Villa Clementi, e che esibisce ornati e decorazioni fino ai dettagli è impensabile che sia successo questo. Solo pochi mesi fa è stato distrutto, e averne già nostalgia mi sembra un dolore inaccettabile! Ma gli interventi dei famigerati geometri comunali degli anni Settanta che hanno deturpato i centri storici non sono serviti di lezione? A guardare  il risultato ci si trova davanti a uno stile mattoni-tavelle lisciati e oleati e pareti intonacate di gelido bianco con spigoli rinforzati in nero secondo l’internazionale gusto dei B&B e degli agriturismi, spesso falsi e abusivi, sorti in tutta la penisola. Questo è quello che si vede e si legge entrando nell’atmosfera di quello sfortunato portico, che anche fuori stagione e fuori tempo sprigionava mosto e fatica! La sovrintendenza è stata davvero complice dello scempio in un edificio vincolato? Il documento è stato pubblicato ma non le motivazioni, non credo abbiano sottovalutato il prezioso sito, indagheremo. Non sarebbe la prima volta che l’istituzione più responsabile del territorio faccia passare sottogamba il bello comune oltre che il bene comune.

A febbraio ho visto le antiche tavelle sui bancali e ho parlato con l’impresa, avevano appena divelto il ciottolato bicolore, non capivo il progetto ma ero fiducioso visti i precedenti maladensi. Purtroppo l’antico cotto proveniente da Verona è stato posto in opera ma completamente snaturato e abraso da renderlo irriconoscibile, tanto valeva  usare un nuovo prodotto locale, qui si è sprecato il vissuto del prezioso materiale di recupero nonché il denaro pubblico!

E se non si mettevano gli infissi che senso ha raggelare e appiattire un’architettura cosi eloquente, nel suo specifico di spazio d’uso agricolo, in una clinica ospedaliera? Continuo a non capire, e le risposte dovrei trovarle nelle puntuale risposta dell’architetto e dottoressa Viviana Marini, ma tranne l’unicità del luogo, ripetutamente sottolineata, e ora non più esistente, altri valori sensati non appaiono. Il curriculum non la difende, dallo IUAV escono 5000 architetti all’anno e il disastro Veneto è sotto lo sguardo di tutti. Se una generazione fa, dalla suddetta università uscivano almeno gli intenti del bello, buono e giusto da farsi in architettura e urbanistica, ora è un produrre pseudoprofessionisti narcisi e autoreferenziali come il curriculum Martini insegna. MENDICANTI DI MODERNITÀ, cito e rubo alla Anna Cuogo la locuzione, sarà il titolo della conferenza che farò a Venezia il 16 dicembre, invitato dai Club UNESCO, e il caso “SALISO di Malo” sarà il soggetto della mia relazione. Qui bastava un geometra di buon senso e di virtuosa umiltà.

Pensiamo, con amici scandalizzati dalla protervia burocratica e dallo squallore dell’intervento, di fare un incontro sul luogo e piangere a dirotto; con occhiali scuri di lutto piangeremo la fine della BELLEZZA e insieme, tra le lenti oscurate, invitare a non guardare più da quella parte!

IL SALISO DEL PIANTO!

Sarà il nostro sit-in. Con invito alla pubblicazione, ringrazio e saluto.

Maestro Guerrino Lovato, “Museo Mondonovo maschere” in Malo.

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Pubblicato da su 18/10/2017 in Video

 

San Giovanni Elemosinario

San Giovanni Elemosinario continuò tutta la vita a fare elemosine e a elargire la carità, la prima delle virtù teologali. Il Doge di Venezia, una volta eletto attraversava Piazza San Marco gettando zecchini d’oro al popolo dal pozzetto portato a spalle sulla folla. Il Doge Francesco Donà nel 1549 si fa rappresentare da Tiziano nelle vesti del Santo Elemosinario esattamente nel gesto di donare la moneta a un mendicante, unendo felicemente il suo cognome all’attributo del Santo Elemosinario, nella superba pala dell’altare maggiore, ancora al suo posto nella chiesa omonima a Rilato. Dipinti di Pordenone, Marco Vecellio, Domenico Tintoretto, ancora raccontano dalle pareti storie edificanti e l’Adorazione dei magi rimane il capolavoro del pittore di Lonigo, Carlo Ridolfi, più noto per le famose biografie degli artisti veneti raccolte sotto Le Maraviglie dell’arte del 1648.

Nel 1997, Claudia Terribile pubblica i suoi studi finissimi sulla chiesa e sulle opere d’arte contenute e nel 2010 una breve guida della chiesa, da dove ho tratto pure l’identificazione del Santo col Doge Donà. Insieme a Claudia, nel 1995 abbiamo indagato nei dettagli simboli e allegorie sparse fuori e dentro l’edificio, a lei il compito poi più gravoso di documentare quella che è, dopo San Marco, l’altra chiesa veneziana di proprietà privata del Doge, al centro del mercato realtino. Il mercato bruciò nel 1514, si salvò solo il campanile in mattoni e le decorazioni in cotto e in pietra d’Istria del 1410. Originale e unica fino a quel momento è la cella campanaria aperta da sole quattro grandi finestre ogivali gotiche, una per lato. Come si osserva dalla pianta di Jacopo de Barbari del 1500, la cuspide era a cupola moresca come chiaro riferimento a San Marco. Dal lato del campanile, verso il ponte e verso il palazzo ducale, il Doge Michele Steno mette tre rilievi, il proprio stemma stellato con sopra il corno ducale; il leone marciano in moleca; l’aquila di San Giovanni, qui visto come l’Evangelista e, come dice la Terribile: «Io Michele Steno, Doge di Venezia, controllo, gestico e amministro due chiese: quella di San Marco e questa di San Giovanni ». Sull’altro lato del campanile, verso la pescheria e la ruga, un altro rilievo della medesima epoca e committenza, rappresenta il Santo elemosinario in trono nell’atto di distribuire con la ritta e la manca, zecchini ai piccoli cittadini sottostanti e in preghiera. Il San Giovanni elemosinario è il più virtuoso dei santi nella pratica della Carità. Non a caso, sopra il grande balcone  della Sala del Maggior Consiglio in Palazzo Ducale del 1400, voluto dal Doge Antonio Venier ed eseguito dagli scultori Dalle Masegne, forse gli stessi del nostro campanile, sta seduta una statua allegorica che allatta e nutre i suoi figli come Allegoria della Carità, cristiana e ducale insieme.

Nessuno ha osservato che questo campanile è la summa, anche architettonica, dei simboli ducali, abbiamo osservato la forma marciana della precedente cupola ma si deve aggiungere che i grandi finestroni della cella campanaria sono identici ai balconi del Palazzo Ducale, nella misura, nella forma e nel colore. Se il Palazzo Ducale ha due grandi Balconi sulla Piazzetta e sul Molo da dove il Doge ritualmente appariva, il campanile ne ha ben quattro; forse da quel punto il Doge non si rivolgeva ai veneziani ma certamente da quei balconi usciva più volte al giorno il suono delle sue campane che, fino al 1848, alla sera con la campana Realtina, avvisava di chiudere banchi e mercati prima che suonasse la campana Marangona che da San Marco dava il grave suono dell’inizio delle attività notturne. Il suono delle campane del Doge ritmava, cadenzava e benediva, dalla sua chiesa personale, il formicolio del laborioso mercato. Non va dimenticato che la chiesa fu sede di Accademie scientifiche e di scuola pubblica, infatti nei capitelli interni dello Scarpagnino che la progetta dopo l’incendio del 1514 vi sono al centro piccoli libri aperti. Solo il campanile di San Luca che è del 1462 ha una cella campanaria simile, ma la chiesa non ha un esplicito privilegio ducale come San Giovanni Elemosinario a Rialto.

 
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Pubblicato da su 16/10/2017 in Video

 
 
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