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Sotto il segno dello scorpione: il Duomo di San Donà del Piave

Il Duomo di San Donà del Piave è dedicato a Santa Maria delle Grazie fin dalla sua fondazione, nel 1841 venne rifatto da Gian Battista Meduna, architetto veneziano che progettò gli interni del teatro La Fenice di Venezia. Purtroppo l’imponente e prezioso edificio venne quasi completamente distrutto dalla Prima guerra mondiale.

Nel 1919 si ricostruì sotto la direzione dell’architetto veneziano Giuseppe Torres che aveva, e ancora è lì, la casa neomedievale al Gaffaro a Venezia con grandi pannelli traforati in stile neogotico ottenuti da colata di cemento, che creano le protezioni del giardino dalla fondamenta. Nei primi del Novecento il cemento, sia per colata in forme, che direttamente modellato era una nobile materia che ha “formato” molta arte statuaria, ornamentale e architettonica nello stile ecclettico, liberty e déco: un materiale nobile e nuovo prima che diventasse brutto, sporco e cattivo come avviene, nell’opinione comune, dopo il 1960.

Il Torres riprogetta il grandioso pronao corinzio con 12 colonne scanalate (compresi i pilastri interni) arricchite di splendidi capitelli. Progetta anche il campanile che nella cella campanaria cita quello veneziano di San Pantalon nelle belle serliane di apertura; questa chiesa era la sua parrocchia a Venezia. Sopra al campanile nuovo di San Donà pone un San Michele, poi rifatto, fornito di spada essendo l’arcangelo del Giudizio finale. Le colossali colonne in agglomerato cementizio dovevano avere nei dodici capitelli i dodici segni zodiacali. Ben appropriata l’idea che all’esterno potessero convivere con i simboli cristiani del tempio anche i paganissimi ma molto più antichi simboli astrologici, come dal medioevo si erano spesso arricchite le chiese. Una finezza che purtroppo non venne rispettata! Racconta Cencio Janna di San Donà che sentì dalla viva voce dello zio avvocato Alessandro Janna, come avvenne che ora ci sono solo Scorpioni! Ottavo dei segni dello zodiaco che va dal 23 ottobre al 21 novembre, il segno è caratterizzato da intelligenza e mistero, ma pungente e vendicativo e chissà quante altre storie vi vennero associate dai compaesani quando avevano ancora il tempo di osservare in alto. L’avvocato Janna diceva che “li fecero tutti uguali perché la forma era bellissima, ma anche per risparmiare”. Certamente lo scultore avrebbe fatto belli pure gli altri segni ma si sarebbe dovuta modificare la forma per 12 volte. Così, più per economia che per amore del bello e completo ornare il prestigioso edificio, abbiamo una chiesa piena di soli scorpioni. Per lo studioso che si arrovella in simboli e significati, che si fida del passato e della sapienza antica è uno smacco non da poco, ma la cosa andava spiegata così, nel più prosaico dei modi.

Forzando l’argomento potremmo dire che, essendo il segno dello scorpione affine all’occulto e al magico sia simbolico sia della dogmatica religione ma anche del gioco di prestigio (sì, ma del capocantiere), fu solo una questione di soldi! Tanto chi vuto che se inacorga!

Guerrino Lovato, Venezia, 22 settembre 2017

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Pubblicato da su 09/10/2017 in Video

 
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Pubblicato da su 04/10/2017 in Video

 
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Pubblicato da su 01/08/2017 in Video

 

Vincenzo Foppa 1485

Il Battista maturo, ma ha solo sei mesi più del cugino Gesù, mostra il cartiglio con scritto ECCE AGNUS DEI e indica il sacro parente, suo gesto caratteristico. L’omonimo Giovanni evangelista, che dovrebbe essere più giovane di Gesù, dall’altra parte mostra l’inizio del suo Vangelo nel cartiglio: IL VERBO SI FECE CARNE. Gesù, esibisce la sua mascolinità e con la destra riceve la profezia ma con la sinistra indica, raro gesto, alla Madre il suo secondo figlio, Giovanni. Maria sapiente e dolente è a metà del libro, dopo ci sarà la Resurrezione, luminosa come la veste del bimbo protagonista.

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Pubblicato da su 22/07/2017 in Video

 

Il piccolo Gesù

È il piccolo Gesù in persona che si svela il sesso per rivelare la sua vera e maschile natura umana… Mai visto prima. Opera di un maestro austriaco ora al museo Correr di Venezia.

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Pubblicato da su 22/07/2017 in Video

 

Lavarsene le mani: uno scenografico lavabo barocco ai Tolentino ora Aula magna dello IUAV

Il complesso dei Tolentini a Venezia è in parte chiesa e parrocchia ancora attive e in parte sede della facoltà di Architettura di Venezia che occupa i chiostri, le celle, i giardini e il refettorio dell’antica Casa fondata da San Gaetano Thiene. Forte e coincidente col destino di questo luogo è la presenza dell’architetto vicentino Vincenzo Scamozzi (1552-1616) che nel 1590 progetta la chiesa ma venne estromesso perché troppo scrupoloso e dispendioso nel costruire le fondamenta dell’edificio già quattro anni dopo. Forse sul suo modello che prevedeva una cupola e con varie modifiche venne poi portato a termine fino all’enorme facciata settecentesca di Andrea Tirali (1660-1714).

Scamozzi è la regola classica nell’architettura, il codificatore e teorico più severo e rigoroso. I teatini inglobarono una piccola confraternita con sacello dedicata a San Nicola da Tolentino e sebbene il titolo dei Tolentini dia ancora oggi il nome al complesso, di questo santo vi è la presenza solo nello sfondo, tra altri quattro santi, nella bella pala di Palma il Giovane nella Cappella Corner. Il santo è riconoscibile dalla veste nera agostiniana, dal giglio della purezza e dal sole della verità divina nel petto. Il Refettorio dei Teatini è una alta aula luminosa e con piccole volte a vela dove i frati mangiavano senz’altro in silenzio ascoltando letture e commenti sacri e lo sbattere dei cucchiai di legno nelle scodelle di terracotta. Grande importanza aveva il rito di lavarsi le mani, sia durante la Messa che prima dei pasti. Se nel primo caso il lavarsi è legato al rito del Sacrificio in simbolico gesto, nel refettorio, l’igienico gesto prima del pasto vero, è rimando terreno alla vita quotidiana, ma sempre sotto la regola divina. I refettori conventuali danno molta importanza ai lavabi spesso doppi, con cherubini eterni che gettano l’acqua dalla bocca, Palladio per San Giorgio Maggiore ne progetta due monumentali. Spesso appaiono iscrizioni sempre sul tema di accostarsi con purezza e candore al cibo materiale e per traslato poi a quello divino; sono le stesse parole che usa il sacerdote nella Messa mentre il chierico gli versa l’acqua sulle mani. Occupa quasi tutto il lato breve del refettorio lo scenografico lavabo, comprendendo un’edicola con una sofisticata allegoria e cornici, girali, vasi e una targa intonsa al centro. Provenendo dall’interno del convento o Casa, i Padri teatini si fermavano all’unico lavabo e dalle fontanelle si lavavano collettivamente senza distinzioni gerarchiche ma senz’altro in precisi ordini temporali. Prima il priore e poi a seguire i confratelli. Il piano del pavimento è sotto all’attuale di almeno 60 centimetri. Tutto l’apparato è di grande eleganza e propone quello stile della seconda metà del Settecento vicino a Giorgio Massari (1686-1766). Le grandi cornici, i vasi e la nicchia sono in pietra d’Istria, gli intarsi scuri sono o di marmo o di marmorino, la base in marmo di Verona e il lavello lungo e stretto in marmo rosa di Asiago, in pietra tenera di Vicenza è invece la bella statua posta al centro. Un bel cartiglio arricciato in pietra d’Istria, con cornucopie e cherubino eterno al centro, sta dentro il timpano curvilineo e per ora non ci fornisce iscrizioni indicative. L’elegante figura femminile in pietra chiara ma leggermente dorata rispetto alla pietra d’Istria doveva apparire come un avorio prezioso tra i vari colorati marmi. La scultura allegorica la avvicinerei ai modi di Giovanni Marchiori (1696-1778) con riferimento al Davide e Santa Cecilia dell’organo in chiesa a San Rocco. In queste figure molto slanciate e con panneggi verticali di ritmata e sobria fattura, lo scultore si innesta nel neoclassicismo ormai in arrivo in tutta Europa e pure a Venezia, sempre aggiornata ai gusti delle corti straniere. La statua riprende alcune idee dalla scultura la VERGINITÀ o PURITÀ del grande Antonio Corradini (1668-1752) ai Carmini sia per il soggetto che per la fattura. La nostra slanciata fanciulla con i capelli raccolti e scalza e pudica, tiene lo sguardo basso e colloquia con una colomba. Con la mano destra trattiene un giglio, anzi il GIGLIO, simbolo di verginità, anche maschile, come esibito in questi luoghi sia da San Nicola da Tolentino che da San Gaetano Thiene per non parlare di San Giuseppe, Sant’Antonio da Padova, San Luigi Gonzaga e altri. Anche la colomba da sola è simbolo di fedele amore, ma anche di Sapienza spirituale rappresentando lo Spirito Santo, come per Santa Scolastica. Una cintura alta stringe la veste sotto i seni a simboleggiare la chiusura del casto petto, Corradini nella sua statua della Verginità fa sì che ostenti col gesto lo stretto nodo. Sul petto appare il sole, luce della verità e della fede, che se non fosse in relazione con il sole di San Nicola sarebbe da solo simbolo di queste virtù. La nostra è l’Allegoria della congregazione teatina: povertà, purezza, castità in colloquio con la sapienza divina. Questa Nuova Ninfa delle fonti d’acqua purificatrice sotto la quale ogni giorno ci si lava e ci si abbevera è sintesi di sorgente pagana e mitologica addomestica al culto della congregazione cristiana. Era l’unica donna che presenziava ai severi e maschili convegni, in una congregazione alquanto misogina, poche le sante femmine in chiesa, non poteva che essere a monte dell’elemento acqueo e del cibo, non un santo, non Mosè che crea la fonte, non Cristo e la Samaritana, ma una intellettualista figura madre e vergine senza essere Maria. Se il giglio è, sia che per san Gaetano che per san Nicola attributo specifico, il sole radiante è solo di quest’ultimo; singolare che lo abbiano citato e usato così tardivamente dopo che in chiesa non godeva di nessun altare, da far diventare la nostra Ninfa delle sorgenti una sofisticata diva tolentino-teatina. Due enormi vasi con manici serpentiformi e mascherone ghignante stanno simmetrici alla divina fanciulla, un altro vaso in alto al centro ha un mostro che sogghigna diabolico; sono le fonti impure e incolte d’acqua naturale che solo tramite la Musa cristiana convertiranno in salubre il loro irregolare liquido.

Grande laboratorio di idee e facoltà di punta all’interno delle Arti e della Città di Venezia, lo IUAV, che era usciti dall’Accademia di Belle Arti in poco tempo l’ha superata e in parte sostituita, attraendo i grandi nomi del sapere e del fare l’Arte, naturalmente architettura, progetto, design e urbanistica. L’aula Magna è stato il luogo del dibattito nelle occupazioni come centrale lo è nelle colte conferenze e nei riti accademici. Alla fine degli anni Settanta l’aula vene rivestita di opere sia sospese che appese sul progetto di Carlo Scarpa. Davanti al lavabo, del quale emergeva solo il vaso ghignante in alto, era appesa a una tensostruttura rossa in tela, un fondale con 12 pannelli fotografici su carta in bianco e nero di Emilio Vedova, opera non firmata mentre lo sono quelle di Basaglia e altri che col Vedova ora stazionano in entrata in un luogo di ripiego. Lo scenografico e monumentale lavabo è finalmente visibile. Insegna di un mondo dove l’architettura, l’ornato e la scultura e la loro funzione di proteggere, stupire e abbellire lo spazio erano fattori essenziali, e come abbiamo visto eloquenti e sapienziali. Tre secoli dopo ci accorgiamo di aver dimenticato il senso di dove si vive, di cosa ci guarda dalle nicchie e dalle pareti dove avviene il meglio della vita nello IUAV. Qualcuno ha pensato fosse una Santa, altri la Madonna e altri il ritratto di qualche importante signora. Sta al centro di ogni sguardo, non compresa anzi derisa, esempio dell’ORNAMENTO COME DELITTO coperta per decenni da un INCONTRO/SCONTRO di Vedova nemmeno originale, ma in sintonia con i tempi della cultura come politica e viceversa. Solo il vincolo della Sovrintendenza l’ha salvata materialmente! È Barocco dunque decadente e superfluo il manufatto, e insieme all’oscuramento andava ignorato il senso profondo che ha tutt’ora. Capisce e gode dell’Arte e così dell’Architettura solo colui che sa mettersi nelle mani delle mani che hanno fatto l’opera! E non lavarsene le mani…

Ciao, Guerrino.

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Pubblicato da su 21/07/2017 in Video

 

Il giovane ricco e la misura stretta della cruna dell’ago.

Ho sempre pensato che l’interessante tempera su tela, conservata a Venezia alla Ca’ d’oro e attribuita a Francesco Bonsignori (Verona 1455-1519), non rappresentasse il Commiato di Cristo dalla Madre ma il fatto evangelico del cosiddetto “Giovane ricco” trattato dai sinottici, ma non da Giovanni.

È alquanto raro vedere raffigurato nell’arte il Congedo, penso a Lotto, Correggio e perfino a una scultura di Agostino di Duccio, ma la scena del Giovane ricco è ancora più rara. In effetti la Madonna, che qui sbircia, testimone e complice, non è citata nei tre Vangeli che includono il racconto rimasto famoso per l’esemplare aneddoto: «È più facile per un cammello il passare per la stretta cruna di un ago che un ricco entrare nel regno dei cieli!». Parabola che Cristo disse al superbo ma ligio giovane che gli chiedeva cos’altro doveva fare dopo che rispettava tutte le regole scritte nei sacri rotoli. La Madonna appare nella vita pubblica di Cristo alle nozze di Cana e poi, per quanto non rilevato dai Vangeli nel Commiato e poi ritorna sulla Via della Croce e rimane fino alla sua Assunzione al cielo, in questa scena evangelica non c’è. Spiegherei questa anomalia pensando a una madre che dona a un ricco figlio il presente quadretto ad uso privato di devozione e meditazione e dunque per questo viene inserita la Madonna, il piccolo formato del quadro lo giustificherebbe (cm 51 x 37). I tre protagonisti stretti nel primo piano della tela sarebbero coerenti con il Commiato dove però la Madonna si dispera e sviene sorretta da Giovanni, ma qui nulla traspare di tutto questo! Anzi la scena è tesa ma calma e vigile. Eloquente e calcolato è il gioco di mani e di sguardi, sempre rilevato come un dettato leonardesco anche se ormai i moti dell’anima avevano influenzato da tempo la pittura veneta e veronese.

Il giovane, più alto di Cristo, altero e silente, tiene lo sguardo basso e l’atteggiamento pensoso, come di chi sta subendo una sgradita lezione, mostrando con la mano sinistra il rotolo scritto dei comandamenti che sappiamo perfettamente eseguiti. La Madonna ci guarda, sembra ascolti e mediti invitandoci a considerare il verbo che si manifesta in quel singolare e figurato esempio di ago e cammello, intanto si chiude con la sinistra il celeste manto sul bianco velo. Cristo piega il giovane con un sguardo di fermo e pacato rimprovero e dalle labbra socchiuse si intravede la lingua che emette il noto verdetto. Straordinaria è la resa mimica del volto e non meno la mano destra che non sta benedicendo ma tra il dito indice e il pollice gli mostra quanto sia stretta la cruna dell’ago dove lui, il giovane ricco, non potrà mai passare. Il Vangelo dice che se ne andò muto e afflitto perché aveva molta ricchezza, come qui lo vediamo.

Abile è stato il pittore a mettere al centro la silhouette della mano quasi in controluce e lo spazio tra le due dita sembra pulsare, perché è il vertice del discorso al di sopra dell’inutile e chiuso rotolo delle leggi.

Guerrino Lovato, Venezia, 10 luglio 2017

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Pubblicato da su 19/07/2017 in Video

 
 
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