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La singolarissima Ultima Cena di Bettona

16 Giu

La grande parete di fondo del refettorio francescano a Bettona, a fianco della chiesa di San Crispolto, è attualmente decorata da un affumicato, sporco e mai restaurato affresco che sembra provenire dalla fine del ‘500.

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Si presenta poco leggibile ma non invisibile, trascurato ma non coperto, ripreso forse da altre mani ma non nascosto nella sua nobile e faticosa invenzione artistica che rivela una rara e unica versione dell’Ultima Cena di Cristo.

ll soggetto è logicamente in un “cenacolo” nonostante ad oggi il locale sia adibito ad uso pubblico.

Lo spazio, nel rispetto della storia che contiene, è protetto da vetri che ne allontanano la deleteria umidità e lo custodiscono all’asciutto. A ricordo di ciò che era, un’antica scritta lo identifica come refettorio, sotto lo stemma dei Minori Francescani.I

Il soffitto e le pareti conservano pitture decorative risalenti all’800.

Sulla parete destra, un gradevole trompe l’oeil forse ricopre decorazioni di tempi precedenti.

La parete della Cena non sembra mai essere stata imbiancata, ma presenta un altro danno. Per inserire un pesante elemento rettangolare, il centro dell’affresco è stato scalpellato incorniciando così le 5 figure centrali con Cristo nel mezzo.

Il bianco rettangolo scavato è stato recentemente stuccato per livellarsi allo spessore dell’intonaco, operazione ripetuta altrove a fermarne la caduta.

Il dipinto grande circa 6 metri per 4 è collocato dentro una grande lunetta ad arco ribassato presenta un festone continuo a mazzi di foglie di palma unite da anelli dorati che lo incornicia in tutta l’ampiezza.

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I Vangeli parlano appunto di una sala ornata e comoda giustappunto il pittore, ancora anonimo, ha creato una magnifica scenografia, composta di 6 colonne rosse che reggono il soffitto a grandi cassettoni con trabeazione classica in triglifi e patere di gusto palladiano.

Sul fondo ci sono tre nobili finestre o forse porte con timpano, dalle quali si scorge, nella prima, il cielo azzurro, in quella al centrale, dietro a Cristo, la finestra  è chiusa da vetri tondi piombati, la terza da su un fondale scuro, a dirci della sera e del buio imminente.

Al centro in alto vi è già una lampada con tre fuochi accesi, simbolo oltre che di verità anche della Santissima Trinità.

Le figure sono in totale 17: Cristo, 13 apostoli (non 12!), due servi, uno addetto a lavare le mani dei commensali, e un responsabile trinciante addetto alle carni e non di meno, il Demonio in persona.

Un gatto vigila seduto su uno sgabello guardando il Giuda mentre si lava le mani, un altro sgabello è per ora vuoto, ma ambedue sono assegnati ai due apostoli in piedi da questo lato del tavolo, che sono appunto Giuda Iscariota a sinistra e Simone Zelota a destra che riceve l’agnello pasquale per portarlo al centro della tavola.

Simmetrica è dunque la scena e la coreografia, a sinistra si è accolti dal servitore per lavarsi, questo sta vicino a un grosso otre rosso e versa da una caraffa manicata verso un largo piatto, dietro al servo vi è un grande vaso in terracotta vagamente archeologico.

Adestra è presente, un ricco banco di stoviglie metalliche dorate e argentee ben esposte, si distribuiscono le vivande, a cominciare dall’importante agnello, simbolo del sacrificio di Cristo, il pane e i pesci sono già serviti.

Tra poco si verificherà l’atto della nuova Eucarestia, l’agnello viene dato direttamente nelle mani di un apostolo, forse Simone Zelota, mentre il restante cibo verrà servito dal compagno che si vede in contrapposto gesto dietro a Simone, che regge del pane sopra un vassoio e dall’altro apostolo, forse Giacomo minore, che a sinistra procede con un piatto contenente due pesci.

Un dorato candeliere è presente tra gli argentei piatti, nel caso in cui la cena proseguisse fino all’imbrunire, come di fatto avverrà.

Il candeliere è anche specifico simbolo del rito ebraico e della corrente nicodemica cinquecentesca.

Il Priore del convento, per ora anonimo, ma raffinato teologo e i frati francescani minori, si accordarono col pittore per evocare l’Ultima Cena, non nel momento umilissimo dove Cristo lava i piedi a tutti, non quando accusa alcuni apostoli del tradimento, nemmeno quando distribuisce il pane, ora Ostia consacrata, e nemmeno quando Giuda, sedutogli davanti, prende il boccone dal piatto; ma viene qui fissato un momento preliminare mai visto prima, ossia il ritardo arrivo di Giuda Iscariota e la diretta trattativa del secondo Giuda col Demonio, contemporaneamente alla portata del Sacro agnello.
Dunque è il momento tra la lavanda dei piedi e l’istituzione dell’Eucarestia dove il tradimento di Giuda è doppiamente rappresentato.

Giuda nasconde il tragico progetto e si confonde, ancora aureolato ai compagni lavandosi le mani, riconoscibile per il giallo mantello, colore degli ebrei, e dal profilo che esalta la sgraziata fronte e il caricaturale naso semita.

L’iconografia, che continua la tradizione antica, impone di raffigurarne
non l’intero volto ma il profilo, in quanto il suo tradimento sottolinea la sua doppiezza e dunque noi vediamo di lui solo metà del viso, cogliendo solo metà dei suoi progetti e pensieri.

Giuda, infatti, in questo momento ha già venduto Cristo e deve solo ricevere il proprio compenso.

Si siederà sullo sgabello occupato dal diabolico gatto, da sempre simbolo negativo, si porrà di fronte a Cristo e attingerà il boccone dallo stesso piatto, gesto che lo identifica come traditore.
Cristo lo aveva appena detto a Pietro, che qui siede alla sua destra pensoso e triste: colui che tra poco mangerà dal suo pietto, sarà il traditore.

In questa pittura il Giuda di Bettona si lava le mani in una rara e direi unica rappresentazione dove anticipa il gesto di Pilato di esentarsi da ogni responsabilità sulla morte del Giusto.

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Se Pilato poteva così lasciare agli ebrei tutta la colpa, il Giuda di Bettona, non altrettanto fortunato, da che cosa se ne lava le mani? L’ambigua posizione di Pilato non è la stessa di Giuda che pienamente tradisce, qui recita da Pilato a dirci che ha venduto Cristo ma potrebbe ancora pentirsi e cambiare idea?

Potrebbe ancora andarsene dalla cena, come poi farà, e non accompagnare i soldati nell’orto, e non baciare, per identificare, il sovvertitore dell’antica legge, ossia Cristo.

Certo i teologi discutevano da sempre su questa figura, perno, chiave e a volte
vittima, necessario attore della morte di Cristo, ma qui i francescani di Bettona pongono la variante del libero arbitrio, della libera scelta che potrebbe ancora cambiare la Storia.

Il tema della Grazia, della Predestinazione, del libero arbitrio, della Fede, per questa opera, si presenta tutto aperto e in divenire.

Il traditore è nel dubbio e volta le spalle a tutti, anche a Cristo e pure allo speculare Simone che facendo quasi lo stesso gesto porta a tavola il Sacro Agnello come cibo comune di festa collettiva.

Il Giuda, nella seconda raffiguarzione è seduto, unico tra gli apostoli senza aureola: e come potrebbe avere la luce se colloquia col demonio!

Ha sempre lunghi capelli divisi nel mezzo e barba folta e scura, ha una veste rossa che indicherei come sanguinolenta e rossa è la borsa dei soldi che tiene con la mano destra, ma giallo è il manto giudaico.

Ha un grosso naso e la fronte corrucciata, d’altronde reagisce all’oscena linguaccia del Maligno che lo trattiene con la mano destra appoggiata alla spalla.

Il demonio è nudo e irsuto, di profilo e con una rossa e serpentina linguaccia, orecchio a punta e piccolo corno in testa, forse con minuscole ali, sta in ginocchio con una gamba, ma con l’altra che è spinta verso l’osservatore, asseconda la mano sinistra che indica a Giuda di uscire e andarsene a completare il disegno promesso.

Il duetto di Giuda col Demonio è visibile solo a noi e nemmeno Cristo sembra accorgersene.

L’unico personaggio che ci guarda è Cristo con l’aureola cruciforme e il manto e la veste rossa, colore qui della Carità.

Lui avverte e vede tutto quanto sta avvenendo, dal traditore in ritardo che lo ha già venduto, alla trattativa sotto banco col demonio proprio li, ma sta sospeso in mezzo alle due personalità del peccatore; tra la fiducia accordata e il palese cedimento, tra il nascondere il tradimento e il pentirsi, tra la Speranza, rappresentata dalla veste verde del Giuda e l’arrendevole sottomissione al demonio per 30 denari.

In questa Giustizia divina in corso d’opera, i due Giuda si equivalgono ancora sui piatti della bilancia?

L’intenzione al peccato e la tentazione sono ugualmente punibili? È punibile anche l’azione deicida non ancora compiuta?

Certo Cristo qui non è l’ago della bilancia ma l’autorevole Giudice.
Gli altri apostoli, partendo da Giuda Iscariota che si deterge a sinistra, li identificherei con Giuda Taddeo in manto rosso che ancora in piedi sta reggendo verticalmente un piatto e colloquia col calvo Bartolomeo in veste verde; dietro in piedi col piatto e i pesci, compare Giacomo minore.

C’è poi Andrea in manto rosso, del quale abbiamo perso il profilo, che sta vicino al fratello Pietro, in veste azzurra e giallo manto, che coi pochi capelli bianchi si tocca il petto osservando Cristo, forse ha appena detto “Sono forse io Signore?” in riferimento alla rivelazione appena fatta dal Messia sul tradimento di uno degli apostoli.

L’unico con l’aureola crociata che gli contorna il viso è Cristo, con capelli e barba biondo rossicci e gli occhi chiari tra il verde e l’azzurro, ha un lungo e nobile naso, la bocca chiusa e ci guarda fissi interrogandoci sul suo destino, che ben conosciamo, ma anche sul nostro, di frati e osservatori a indurci a riflettere sulla responsabilità delle nostre azioni delle quali lui è il modello e il giudice.

Il bel volto dall’alta fronte, del quale sono ben visibili gli occhi chiari, evoca quello famoso già da allora, di Leonardo da Vinci a Santa Maria delle Grazie a Milano.

Purtroppo, ora scomparsi, alla sinistra di Cristo vi erano due apostoli, il primo era Giovanni, come da tradizione, e poi, forse, Tommaso.

Del primo si intravvede l’aureola e la fronte, del secondo la nuca, la veste rossa e il manto bianco.

Molto ben conservato è invece il successivo apostolo, che direi essere Giacomo Maggiore, simile per tradizione a Cristo essendo spesso chiamato “suo fratello”; indossa una veste verde, ha capelli scuri e lunghi, posti oltre l’orecchio, barba folta, naso e labbra carnose e virili. Parla sottovoce al biondo e sbarbato Filippo in veste rossa.

Sono, a mio avviso, le due teste meglio conservate dell’affresco e direi il simbolo della bellezza perduta, ma ritrovabile, dell’opera affrescata.

Si presenta poi un robusto apostolo col manto giallo e la veste rossa, ha lunghi capelli e barba scura, è ancora Giuda Iscariota che sta a capo della tavola e che si rivolge al Diavolo in persona che lo sberleffa e lo trattiene per la spalla, in venale immorale trattativa.

Questo secondo Giuda è l’unico senza aureola e tiene nella mano destra la borsa rossa dei soldi.

In manto giallo e veste rossa c’è forse Matteo che porta l’agnello e dietro Simone Zelota che serve il pane a tavola.

Rimane rara la rappresentazione di ben 4 apostoli che servono a apparecchiano la tavola, forse allude al vero refettorio e ai codici interni al convento francescano dove tutti servivano tutti senza gerarchie.

L’opera, vista la centralità nel borgo di Bettona, assieme alla frontale Pinacoteca, alle vicine chiese della Piazza, e agli affreschi del ‘300 di Sant’Andrea, creerà, una volta restaurata, un aperto Museo diffuso, unico nel suo genere in Umbria e sarà una soddisfazione per i concittadini e per gli ospiti godere e vedere un grande e nobile affresco della fine del ‘500 con una unica e rara storia di due Giuda che proprio qui acconto!

Essendo ancora da restaurare, quanto ho visto e qui ricostruito, apre dei problemi ma non li chiude!

A molto è servita la presenza di Giorgio Foresti del Comitato Popolare El Greco di Bettona e la professionalità del geologo e fotografo Alessandro Bertani che qui ringrazio.

Giuda, un’iconografia complessa e attraente.

Sulla scorta dei due Giuda contemporaneamente presenti all’Ultima cena di Bettona, elenco una casistica utile al riconoscimento dello sfortunato apostolo.

  1. Giuda è a tavola con gli altri e tutti hanno l’aureola luminosa.
  2. Solo Giuda ha l’aureola nera, vedi Pomposa.
  3. Solo Giuda è senza aureola, vedi Lorenzo Monaco.
  4. Giuda e gli altri apostoli presenti a tavola che si trovano in primo piano, per non coprire con le aureole gli altri apostoli dietro, sono privi di aureola, vedi Duccio.
  5. Giuda è spesso di profilo con o senza aureola, Ravenna, Sant’Apollinare nuovo.
  6. Giuda ha la borsa dei danari, vedi Leonardo.
  7. Giuda ha sotto la tavola o a fianco un gatto, animale notturno e diabolico, a volte il gatto litiga con un cane, Giuda nutre il gatto, ma a volte Giuda ha solo un cane vicino vedi Jordaens, che se letto secondo altre scritture è un animale anche negativo, vedi Tintoretto, Bassano e anonimo fiammingo del ‘600, Uffizi.
  8. Giuda ha la mano nel piatto di Gesù.
  9. Giuda riceve il boccone direttamente da Gesù.
  10. Giuda nasconde la Particola della Comunione nella borsa, vedi Signorelli.
  11. Giuda non fa la comunione, vedi Palmezzano.
  12. Giuda versa il vino a terra, vedi Romanino e Barocci.
  13. Giuda ha fisionomie diaboliche e a volte la coda, vedi Durer e Andrea del Castagno.
  14. Giuda è direttamente in colloquio o in relazione con il Diavolo in persona, vedi il Maestro di Bettona e Gandolfi e Ferrazzi 1951.
  15. Giuda di profilo si lava le mani, vedi Bettona.
  16. Giuda ha i capelli e la barba rossa, vedi Sant’Angelo in Formis.
  17. Giuda è in piedi e se ne sta andando via, vedi J.Fouquet.
  18. Giuda ha un Diavoletto vicino, tipo animula, vedi Cosimo Rosselli e il maestro catalano.
  19. Giuda è dubbioso e sbarbato, rosso di capigliatura e brutto, vedi Holbein.
  20. Giuda di profilo mostra la lingua, vedi Andrea del Sarto e Allori Alessandro.
  21. Giuda ha il nome sullo sgabello mentre gli altri sull’aureola, vedi Juan de Juanes.
  22. Giuda ha indumenti gialli, identificabile come ebreo, vedi Giusto di Gand.
  23. Giuda è senza il suo nome scritto è, innominabile, vedi Perugino.
  24. Giuda è l’unico a guardarci, vedi Carducho e Le Nain.
  25. Giuda è effeminato e sbarbato, inedita e potente iconografia, vedi il pulpito di Pistoia e di Cagliari.
  26. Giuda, ossia la sua immagine, spesso è abrasa, cancellata, graffiata perché subisce la damnatio memoriae da parte dei fedeli.

Le più complete storie di Giuda sono ad Assisi opera ad affresco di Pietro Lorenzetti, basilica inferiore e a Venezia, Ca’ D’Oro opera a tempera di Antonio Vivarini, dove l’apostolo traditore appare in molteplici scene, addirittura eroicizzato per poi essere sconfitto dal suo tradimento. Il suicidio di Giuda per impiccagione, lo mostra con le viscere fuoriuscite e con spesso due cuori simbolo della doppiezza del traditore (vedi G. Canavesio), appare in Lorenzetti e altri maestri gotici. A Venezia è scolpito nel ciborio medievale e ritorna simile nei mosaici della medesima chiesa di San Marco nel primo ‘500. Qui è appeso ad un albero di fico, pianta del primo peccato ma anche di elezione come disse Cristo, in una candida tunica bianca, rappresentando una volutamente contraddittoria iconografia di una vittima pentita.

Venezia, 18 Giugno 2019, Maestro Guerrino Lovato

 

 

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Pubblicato da su 16/06/2019 in Articoli

 

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